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| 07 agosto 2010, 11:00

Memorie: Anna Margiaria, la fatica di ricordare

Memorie: Anna Margiaria, la fatica di ricordare

 

Non è compito facile per Anna Margiaria far tornare a sé il passato, di cui con fatica, come ella stessa ammette, recupera alla fine ben pochi sprazzi. Quasi smarrita si muove tra i ricordi, stupita, oltre che in evidente imbarazzo, dell’interessamento che essi suscitano; si muove con un raccontare confuso ed incerto, quasi non appartenessero a lei quelle memorie. Anna, nata a Monticello nel 1922, ora in difficoltà di fronte alla parola, ora in quella fase della vita, la vecchiaia, che diventa fragilità ed invisibilità, è stata ai suoi tempi una donna forte, una donna il cui servizio fu indispensabile a molte altre donne.

Ad un certo punto dell’esistenza, si lascia alle spalle il luogo natio, la famiglia, la via che porta al matrimonio per condursi invece su quella dell’autonomia: Anna diventa ostetrica e del lavoro fa il fulcro della vita. Ed al lavoro dà tutta se stessa, accantonando, nonostante le proposte, la possibilità di diventare moglie perché, come dice, “non mi andava di sposare qualcuno di campagna perché avrei dovuto lasciare il lavoro”. “A sedici anni ho fatto l’infermiera all’ospedale di Alba, poi sono andata a Cuneo a prendere il diploma di infermiera, e dopo a Torino all’ospedale Sant’Anna ho preso il diploma di ostetrica. Ad Alba studiavo per mio conto. Ho lavorato come volontaria i primi tempi a Torino all’ospedale Maria Vittoria; al Sant’Anna ho lavorato per cinque anni. Dopo sono tornata a Monticello a lavorare in condotta e ho lavorato fino ai sessant’anni. Facevo partorire anche in casa, facevo tutto io tranne cucire, se ce n’era bisogno si chiamava il medico. Ero preparata perché avevo lavorato tanto a Torino. Le puerpere che partorivano in casa le seguivo già durante la gravidanza; partorivano sul tavolo perché era più comodo. Ero sempre in condotta, il lavoro impediva di avere delle conoscenze. Andavo ogni tanto al cinema con le amiche colleghe. Mi sono dedicata anima e corpo al lavoro, mi ha dato tante soddisfazioni.”

Molto frammentario è il resoconto che Anna fa seguire, qualche ricordo qua e là degli anni della fanciullezza, del periodo della guerra. “La V elementare l’ho fatta a La Morra perché a Monticello non c’era. Avevo quattro fratelli maschi, tre morti per la guerra e uno di polmonite, e tre sorelle. Uno è andato in Russia e non è più tornato, uno in bassa Italia, dove è stato dieci anni, e uno è rimasto qui a fare il partigiano. Quando arrivavano i tedeschi, andava a nascondersi nel fienile o nei boschi insieme agli altri. Vita dura! Una volta hanno preso un partigiano e l’hanno attaccato ad un camion, l’hanno fatto morire così. Nel paese c’erano i tedeschi, venivano alla sera in casa a chiacchierare, parlavano un po’ di italiano. Mia sorella più giovane faceva loro dei ritratti, delle fotografie. Io da Alba tornavo ogni tanto in treno, avevo nostalgia della mia famiglia, e ogni tanto veniva a trovarmi mia madre in ospedale. Durante la settimana andavo quasi tutti i giorni a messa prima della scuola, alle sette del mattino. A scuola si usava il grembiule nero con il colletto bianco. La disciplina era rigida. C’era una suora che era molto severa; per punizione si veniva mandati fuori dall’aula, e per i più discoli c’era il banco dell’asino. Faccio fatica a ricordare altro.”

Elena Brunello

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