“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”: è l’affermazione attribuita a François-Marie Arouet, meglio conosciuto come Voltaire che risale alla metà del ‘700. È forse per dare sostanza al concetto volteriano, forse per umanità o per quel senso di pietas che è dovuto a tutti gli uomini, che il giorno di Ferragosto le carceri italiane hanno accolto le visite dei politici. Lo hanno fatto anche i ‘nostri’ politici, ovvero i politici di Granda, e alcuni di loro sono stati al Morandi di Saluzzo, al santa Caterina di Fossano, al Cerialdo di Cuneo e ad Alba. Un’opera meritoria che è stata messa in atto dando alla stessa la giusta pubblicità attraverso comunicati preventivi e successivi inviati alle redazioni dei giornali per tenere, (si presume), alta l’attenzione su un mondo dove non mancano i problemi e al contempo, visto che siamo nell’era dove l’apparire è spesso più importante dell’essere, anche come vetrina per il politico che l’ha attuata. Nulla di male, ovviamente.
Nessuna novità è emersa dalle carceri: sovraffollamento, pochissimi spazi per socializzare, poche possibilità lavorative. Inserimenti difficoltosi. Nelle 206 carceri italiane i detenuti sono circa 67000, 1 su 3 è straniero, 1 su 4 è tossicodipendente ed è considerevole anche la percentuale di detenuti con malattie mentali. Le carceri, purtroppo, e l’avverbio non va inteso come spregiativo, non sono posti ameni di villeggiatura ma ovviamente le stesse non possono diventare simili alla galera dell’Isola del Diavolo della Cayenne raccontata nel film ‘Papillon’. Le nostre galere, e anche questa non è una novità, sono popolate da extracomunitari, sfigati, poveri cristi, tossicodipendenti ma anche da mafiosi, assassini, violentatori e quanto di peggio possa esprimere la razza umana. Brutta gente, ripetiamo tra i poveri cristi, per cui la pena in virtù dei reati commessi è sempre poca cosa.
Da noi, poi, gli anni di carcere comminati sono quasi sempre virtuali. Dove si trovano, per esempio, gli autori dei più efferati delitti che hanno scosso l’Italia intera in questi ultimi anni? Dove sono i tanti condannati all’ergastolo per reati di terrorismo o per atroci fatti di cronaca nera commessi negli ultimi 15 o 20 anni? Chi per un verso o per l’altro è fuori. Nessuno lo è per privilegio. Chi ha aperto loro la cella lo ha fatto applicando – o interpretando – le leggi dello Stato. Anche Renato Vallanzasca, il bel Renè, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione per sequestri, omicidi e rapine, ha presentato domanda per ottenere la libertà condizionale che al momento gli è stata negata, ma dall’otto marzo di quest’anno usufruisce del beneficio del lavoro esterno: lo prevede la legge.
I famigliari delle vittime, degli innocenti assassinati, dei bimbi violentati e uccisi, delle mattanze famigliari messe in atto da menti bacate, hanno ovviamente un concetto diverso della Giustizia. Nessun famigliare o pochissimi di loro ha mai gridato la parola ‘vendetta’, ma ‘giustizia’ si, eccome se l’hanno invocata. Difficile capire cos’è la Giustizia di fronte ai fatti più orrendi della cronaca. Difficile capire quale sia la pena “giusta”. Difficile – per i famigliari - accettare l’affermazione “ho pagato il mio debito” che spesso si sente dire da chi lascia il carcere dopo anni di detenzione scontati in virtù di fatti atroci. Uno Stato e le Leggi che si da, non possono avere per metro di Giudizio il dolore delle famiglie. Così come sappiamo bene che la Costituzione italiana, all’articolo 27 prevede che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È quindi doveroso dare il giusto peso all’iniziativa ferragostana che è un vecchio cavallo di battaglia dei Radicali e per farlo prendiamo a prestito il nome di una associazione molto attiva in Italia e diciamo “Nessuno tocchi Caino”.
Detto ciò veniamo al dunque ben sapendo che “Il Venerdì” corre il rischio di essere iscritto di diritto tra i fautori del populismo e della demagogia come sempre succede a chi non veicola ragionamenti politicamente corretti. Pazienza. Lo stesso giorno di Ferragosto, quando i portoni delle patrie galere si sono aperti per ospitare i politici, alla nostra redazione sono arrivate due mail a ricordarci che Caino aveva un fratello il cui nome era Abele. E il nostro metaforico ‘Abele’ ha assunto il volto di una donna di Alba di oltre 90 anni è di un ex dipendente della fallita ditta Monetti di Racconigi che ci ha chiesto di non dimenticarci di loro. Già, che dire di quella donna? Sola, non completamente autosufficiente ha chiesto aiuto ai carabinieri. Non era stata rapinata né assalita: era semplicemente rimasta senza pane. Non aveva di che mangiare. Era stata lasciata sola dai figli e dalla badante, tutti al mare a mostrar le chiappe chiare magari con i cellulari spenti. I carabinieri hanno fatto il loro dovere, gli hanno portato la spesa aggiungendo agli obblighi propri della divisa anche quel po’ di umanità che si crede esista solo nelle fiction del maresciallo Rocca e che invece i carabinieri veri sanno mettere in pratica senza che nessuno glielo ‘comandi’. Che pena pensare a quella donna. Che pena pensare a quell’operaio della Monetti.
Il giorno di Ferragosto nessun politico è stato a fare visita ai presìdi che ancora permangono di fronte ad alcune realtà in crisi della nostra provincia. Ricordiamo a questo proposito che tra i (pochi) politici locali che hanno fatto visita negli ultimi due anni al presidio della cartiera CDM di Verzuolo uno solo ha risposto all’appello lanciato dai lavoratori ed ha lasciato 100 euro per aiutare a sostenere le spese stesse del presidio. Nessun politico a Ferragosto ha fatto visita ad una qualunque struttura per anziani (che ovviamente non è un carcere, ma luogo mediamente decoroso) così come nessuno ha organizzato una campagna di aiuto morale e materiale per gli anziani soli appoggiandosi magari ai Servizi Sociali che hanno la mappatura dei casi limite. Anche a Ferragosto la solidarietà esterna ai luoghi di detenzione, magari concomitante alla visita nella carceri, sarebbe stata una buona idea e una buona cosa. Anche in questo caso la Carta Costituzionale sarebbe stata d’aiuto per i politici che l’avessero messa in atto. Recita l’articolo 3 della Costituzione Italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tutti. Dentro le galere e fuori. Ma a volte anche la Costituzione è interpretabile alla bisogna.




