| venerdì 10 febbraio 2012 03:52

| venerdì 27 agosto 2010, 17:00

L’Eldorado e quel sangue che ha scosso Lagnasco in un tranquillo sabato d’estate

Quell’omicidio successo tra coloro che consideriamo ‘gli altri’ ci sprona a ragionare sul concetto di accoglienza e integrazione. E sul rispetto che deve essere reciproco

Dalle lussureggianti pianure del nostro Eldorado non giungono notizie propriamente positive e non solo perché il nostro oro, la frutta, segue la regola aurea che vede il contadino produrre per poco e il consumatore dissanguarsi al banco del mercato. No, le brutte notizie sono legate a ciò che era nel novero delle cose che potevano succedere e che sono successe. Lagnasco, la capitale di questo stato aurifero è stata scossa dall’omicidio di sabato scorso. Omicida e morto entrambi albanesi. Uno di 25 anni, l’altro di 24. Lagnasco è stata scossa, e con Lagnasco l’intera provincia. Scossa e non sconvolta. Un fatto di sangue che ha meritato poco spazio sulla stampa locale e nulla in quella nazionale, troppo assorbita dal teatrino agostano della politica che satura l’aria tra appartamenti di Montecarlo, una campagna di veleni che fa vergognare di essere giornalisti più il solito contorno di epiteti coloriti. Una volta si diceva: “Metti due righe in cronaca”. E l’omicidio di Lagnasco ha avuto le sue due righe in cronaca.

Lagnasco, epicentro delle nostre miniere d’oro che hanno la forma della frutta, non è Casoria. Non c’è nessun caporalaggio e non vi è la malavita organizzata a soffocare l’iniziativa imprenditoriale di una zona. L’omicidio, purtroppo, rientra nel novero delle brutture che la cronaca ti sbatte in faccia tutti i giorni. Solo che la cronaca ha le sue leggi e le morti non sono tutte uguali. Il fatto di sangue è stato catalogato come una faccenda tra disperati. Una cosa tra gente di fuori. Certo, gente di fuori, ma anche ‘fuori’ ci saranno mamme che piangono e famiglie distrutte. Mettiamola così: poteva succedere ed è successo. Accontentiamoci di vivere in una terra, la Granda, mediamente ricca e libera da schiavitù.

È dai tempi in cui gli ‘altri’ erano i migranti dal Sud verso il presunto Eden del Nord o prima ancora quello dei migranti che dal Piemonte e dal Veneto solcavano i mari per raggiungere la “Merica” che si è usi tirare un sospiro di sollievo se il fatto di sangue è roba di ‘altri’. Roba di ‘gente che viene da fuori’. Stesso ragionamento al di qua e al di là dell’Oceano. Lo abbiamo già scritto e torniamo a scriverlo: Cuneo e la sua provincia non sono un Eden fuori dal mondo. Sono parte del mondo. Magari in miniatura, ma pur sempre una rappresentanza del mondo con i suoi pregi e i suoi difetti. Anche sui  fatti di cronaca.  La provincia di Cuneo però non deve fare i conti con i delitti di ieri – che pure ci sono stati, eclatanti e molti dei quali rimasti impuniti – né con i delitti di oggi; la Granda deve misurarsi soprattutto con una geografia sociale notevolmente mutata in questi ultimi 25/30 anni.

Un tempo non troppo lontano incontrare un uomo o una donna di colore in qualunque nostro paese o città era un fatto curioso. Un fatto così episodico da farti voltare. L’arrivo, poi, dei primi profughi dal Vietnam sul finire degli anni ’70 ha segnato l’inizio di una globalizzazione e multiculturalità che prima era inimmaginabile in questa terra di confine, chiusa, e un po’ riservata che è appunto la Granda. Poi è stato il turno degli argentini, figli dei nostri avi scappati dalla ferocia di dittatori con nomi e cognomi piemontesi. Poi è stata l’epoca dei disperati dall’Albania scappati o sbattuti fuori dal medioevo della terra del tiranno rosso Enver Hoxha che solo la stupidità di un regime come quello italiano, con la sua mania di grandezza, la voglia di muscoli, aveva avuto l’idea di andare a ‘conquistare’ sbalordendo anche il Re Vittorio Emanuele III che quando lì sbarcò per prendere possesso della conquista allibito disse: “Ma cosa abbiamo conquistato? Una terra con quattro sassi, impercorribile, fangosa, malarica e con montagne dove la semplice vita è un rischio”. Poi via via arrivarono tutti gli altri: africani, filippini, cinesi, rumeni…

Basta sostare un’ora davanti ad una qualunque scuola di un qualunque paese per vedere che il nostro piccolo mondo è cambiato. Il “Venerdì” non si iscrive al partito del “fuori tutti a calci nel sedere”. Ma, semmai, a quello che prevede la possibilità di fornire una vita degna di questo nome a chi sceglie l’Italia per vivere. Vivere e lavorare, nel rispetto delle leggi. Si iscrive a quel partito che pensa che una vita degna passa attraverso la regola – questa sì d’oro – che prevede rispetto per tutti e pretende rispetto da tutti. Al partito che pensa che l’integrazione sia un processo che matura attraverso l’accettazione delle leggi che democraticamente ha scelto di darsi il Paese ospitante. Nessuna guerra santa, ma nessun regalo a chi pensa che delinquere sia più conveniente che provare a convivere oppure a che ha scambito l’Italia per il paese dei balocchi. Un partito che non esiste, ovviamente, ma che se non saprà nascere dall’incontro di quelle poche intelligenze che ci sono tra i partiti di oggi per mettere in campo alcune regole d’oro finalizzate a una convivenza civile, sarà sempre più duro pensare di difendere il nostro ‘bel suol d’amore’ prendendo a calci nel sedere i disperati.

Ma in questo nostro mondo cambiato c’è anche chi ha pensato bene di metterci su cappello e lucrare sui disperati. Sono quei (tanti? pochi?) imprenditori illuminati che fanno i soldi con il lavoro nero dei disperati. Coloro che mandano nei campi del Sud ragazzi di colore magari con una laurea in tasca a raccogliere pomodori per 20 euro al giorno. È una realtà che la Granda non conosce o che non dovrebbe conoscere. Una realtà che il nostro Eldorado non conosce. Però le immagini di quei disperati che vivono nel treno deragliato alla stazione di Saluzzo gridano vendetta, da qualunque parte la si guardi. Ma se tra uno starnuto e un epiteto oxfordiano e soprattutto se passata la febbre agostana la nostra politica tornerà per un attimo più saggia e i dispensatori di magnanimità a senso unico meno ‘pelosi’, forse il nostro piccolo mondo diverrebbe meno complesso. E forse un fatto triste come quello di Lagnasco potrebbe trovare qualcosa in più di due righe in cronaca. E, magari, offrire uno spunto ulteriore per ragionare senza pregiudizi e senza falsa carità pelosa figlia di una cultura falsa solidale atta non all’accoglienza, all’integrazione ma finalizzata solo a tranquillizzare la propria coscienza. Perché non è con le porte aperte a le braccia spalancate che si aiutano i migranti, ma con una vera politica d’accoglienza che lasci da parte gli slogan. Da una parte e dell’altra dello steccato.

gianpiero.ferrigno(at)targatocn.it

Gianpiero Ferrigno

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