| venerdì 10 settembre 2010, 11:30
I contadini, la semina e il canto delle cicale
Cosa accadrebbe in Granda se si andasse al voto anticipato? Risposta scontata: Va pensiero, sull’ali dorate…
Non è dato di sapere quanti fossero i cuneesi alla festa di Mirabello ad applaudire per 94 volte l’intervento del presidente della Camera Gianfranco Fini. Uno sicuramente c’era: Giuseppe Menardi, già sindaco di Cuneo e ora sinteticamente definito senatore “finiano”. In ogni caso non è una grande novità il fatto che tra i dirigenti provinciali del Pdl nessuno fosse a Mirabello. Si sapeva che l’unico ad essere passato con “Futuro e Libertà per l’Italia” fosse proprio Menardi, attuale vice presidente della commissione Lavori Pubblici del Senato, navigatore spesso solitario nei mari e tra i marosi della politica.
Giuseppe Menardi, che di mestiere fa l’ingegnere e quindi è un uomo di calcolo, nella scelta di passare sotto il vessillo di Fini ha lasciato da parte le formule matematiche e la calcolatrice. La sua scelta non va enfatizzata né interpretata come merito assoluto né come il frutto di chissà quale coraggio, ma semplicemente come la volontà di seguire la politica, continuare a fare politica senza, appunto, fare calcoli di convenienza. Va dove ti porta il cuore, lo scriveva nel 1994 Susanna Tamaro nel suo celebre romanzo .
Partendo da Mirabello e da Menardi proviamo a ragionare sul possibile scenario politico in Granda – sul versante del centrodestra - nel caso in cui lo strappo di Fini portasse dritti alla urne. Tutti gli analisti politici sono concordi nel dire che dalle nostre parti e più in generale in tutto il Nord Italia con qualche puntata al Centro, la Lega potrebbe sbancare il banco. Ecco perché l’unico che grida “al voto” non temendolo affatto è Umberto Bossi, mentre altri urlatori lo invocano in pubblico ma sono presi da strizza da panico in privato. E non sono solo alcuni peones alla prima legislatura, ma anche qualche grillo parlante di Camera e Senato con i gradi da colonnello sulle spalline della giacca.
Lasciando il centro sinistra, locale e nazionale alle prese con il problema delle alleanze e con l’affannosa ricerca di un leader vero e non costruito alla bisogna, nonché l’Udc e le estreme in attesa di posizionarsi, è chiaro che se la Lega cresce lo fa principalmente a scapito del Pdl. Ed anche da noi il (probabile) successo della Lega in caso di elezioni anticipate avverrebbe a scapito del loro più fedele alleato-competitor.
Non sappiamo, ovviamente, quanto potrebbe raggranellare un ipotetico partito di Gianfranco Fini in terra di Granda, con Giuseppe Menardi candidato di punta. Sappiamo però che anche un solo voto portato a casa dal senatore sarebbe sottratto al Pdl, mentre la Lega non perderebbe nemmeno un consenso. Ormai anche chi analizza il flusso dei voti ha praticamente smesso di domandarsi perché la Lega cresce. Da noi, poi, si è smesso pure di proporre il quesito per la facilità della risposta. Il vento del Nord soffia forte di suo spinto dalla forza del Maestrale del Movimento, ma il territorio cuneese si è dimostrato particolarmente fertile perché i “contadini” in camicia verde hanno saputo arare bene il campo e ora si apprestano a raccogliere la messe indipendentemente dai risultati raggiunti o non raggiunti sia a Roma sia a Cuneo. In questo i Leghisti sono imbattibili.
In questo quadro sarebbe dunque particolarmente ostico il percorso che attenderebbe il Pdl in caso di voto anticipato. Un grande lavoro di cesello (o machete?) attenderebbe Enrico Costa, il coordinatore provinciale del Pdl, il quale tornerebbe a trovarsi al centro di faticose trattative per mettere in piedi una squadra in grado di combattere fino all’ultimo voto per evitare una sorta di Caporetto per mano degli amici alleati. Domanda: il Pdl ha nomi nuovi e forti a partire non dallo sponsor romano ma dal radicamento territoriale in grado di attirare voti in libera uscita verso il Carroccio per provare ad arginare la piena del torrente leghista? È vero che con questa legge elettorale non si contano le preferenze, ma i nomi hanno pur sempre un loro peso. E se lo schema della scelta ricalcherà quello delle elezioni regionali dove i troppi appetiti da soddisfare alla fine hanno portato meno voti di quelli sperati, per il Pdl e per i suoi leader locali nel momento della conta delle schede sarà dura non farsi travolgere dalla bufera in caso di voto negativo.
Il Pdl, dunque, non ha nessuna voglia di andare al voto, ma non starà ai “cuneesi” prendere una decisione. Per altro pare che Silvio Berlusconi, alle prese con umori altalenanti, lascerebbe volentieri che a dettare il rompete le righe fosse Umberto Bossi, il quale come si diceva, dal voto ha nulla da temere. Mentre il Pdl prova a ragionare sull’ipotetico voto, per la Lega è ovviamente tutto più facile. Lo schema organizzativo del movimento mette a tacere gli appetiti personali ancora prima che questi si manifestano. Sotto il vessillo di Alberto da Giussano vige il motto della Benemerita: “Usi ad obbedir tacendo”. C’è chi lo critica e chi lo canzona, ma in certi frangenti quella sorta di centralismo democratico di comunista memoria che vive e vige in casa Lega aiuta a togliere tempo agli appetiti personali per dedicarsi alla “semina”.
La Lega, politicamente scaltra e abile nel raccogliere i frutti di ogni seme messo a dimora, ha semplicemente fatto proprio l’antico adagio contadino che dice più o meno così: “Chi semina non è detto che raccolga i frutti della semina, ma chi non semina è sicuro che non raccoglie nulla”. E, in una provincia agricola e agreste come la nostra, senza semina non ci potrà mai essere raccolto. Chissà se ne hanno nozione anche coloro che arridono ai contadini e alla loro semina per dedicarsi al canto della cicala.




Gianpiero Ferrigno