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Cronaca | 10 giugno 2011, 08:54

Continua a Cuneo il processo ai dirigenti Michelin per gli operai morti di tumore

Ieri in aula sono stati ascoltati altri quattro testi dell'accusa

Continua a Cuneo il processo ai dirigenti Michelin per gli operai morti di tumore

E' continuata l'audizione dei testi dell'accusa nel Processo a Cuneo nei confronti di cinque ex direttori dello stabilimento Michelin dei Ronchi (Guido Chino, Giancarlo Borella, Roberto Mantelli, Ferdinando Tempesti e Pierre Henri Michellat) imputati di omicidio colposo e lesioni gravi per la morte di cinque ex lavoratori (Carlo Mandrile, Aldo Lerda, Carlo Panuele, Paolo Nicola Riccomagno e Giuseppe Pellegrino), deceduti per il cancro al polmone riconducibile all'amianto, e per le malattie contratte da altri quattro, sempre per l'amianto e le ammine aromatiche.

Tre testi, ex dipendenti della Michelin dal 1968-70 al 2002, ex colleghi di Nicola Riccomagno, una delle vittime, hanno raccontato che le balle di gomma che arrivavano nello stabilimento ed erano lavorate nel reparto “Y” venivano ricoperte da una sostanza che loro chiamavano “talco”, usata per tenerle separate fra di loro. Circolava la voce che nel “talco” potesse essere contenuto dell'amianto, soprattutto quello che arrivava dalle cave della Val Varaita, o almeno così avevano detto i rappresentanti sindacali che ne avevano posto il problema. All'interno dell'azienda, infatti, era stato costituito un comitato ambiente che si occupava di tematiche di salubrità ambientale all'interno dell'ambiente di lavoro.

Venivano effettuati periodici sopralluoghi e alla fine degli anni ottanta era stato predisposto dall'azienda un piano complessivo di risanamento, soprattutto del reparto “zeta” (dove veniva composta la mescola che avrebbe formato i pneumatici) uno di quelli ritenuti più critici a causa della presenza di materie prime in polveri o liquide, e si era pertanto predisposto un progetto di automazione dell'impianto per evitare che i lavoratori entrassero in contatto diretto con tali materie.

Altre problematiche emerse erano attinenti, oltre al “talco”, anche all'amianto, usato in alcune lavorazioni o come coibentazioni. Si era iniziato a monitorare la presenza dell'amianto dopo il 1991, e se ne era rivelata la presenza oltre che nelle coibentazioni dei tetti e nel servizio antincendio, anche in alcuni macchinari come presse di cottura, sbobinatrici, nei freni delle macchine, nelle guarnizioni delle tubature nelle condutture per il vapore. Dopo il disastroso incendio dell'agosto 1999 il reparto “zeta” era stato completamente rinnovato, sebbene prima che finissero i lavori di ristrutturazione i dipendenti avevano lavorato in locali nei quali agivano soltanto degli aspiratori mobili, forse non efficienti come quelli fissi.

Il quarto teste, disegnatore all'ufficio tecnico della Michelin fino al 2003, ha invece riferito che a seguito dell'incendio del 1999 gli era stato commissionato l'aggiornamento e le modifiche della mappatura e tabelle relative alle coperture dello stabilimento, che erano in fibrocemento, ovvero in eternit. Nelle nuove tabelle la dicitura “scadente” era stata sostituita con “mediocre”, e questo relativamente a 60.000 metri quadrati di coperture vecchie di trent'anni su un totale di 146.000 metri quadrati, dei quali ventimila andati distrutti nell'incendio.

Ricordiamo che le famiglie dei deceduti oltre ad altri 4 ex lavoratori ammalati di cancro alla vescica e placche ai polmoni, sono già stati risarciti dalla Michelin con 2 milioni e duecento mila euro. Proprio per questo al processo le presunte persone offese hanno ritirato la costituzione di parte civile. Si prosegue con l'audizione dei testi dell'accusa il 14 luglio prossimo.

 

 

Monica Bruna

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