CRONACA | martedì 21 febbraio 2012, 15:48
Cuneo: battaglia fra consulenti di parte nel processo per l'infortunio mortale nel 2007 alla Cometto
Due diverse opinioni sulle cause dell'incidente: fu colpa del lavoratore o era carente la sicurezza nella procedura seguita?
Battaglia fra consulenti di parte questa mattina in Tribunale nel processo per l’infortunio mortale presso la “Cometto s.p.a.”. Nel luglio 2007 Livio Rocchia, titolare della Professional Service Engeneering di Morozzo, stava montando una sospensione motorizzata sul pianale. Oscillando il carico era caduto travolgendo l’uomo, che perse la vita. Leonardo Ghinamo e Vincenzo Anzalone, rispettivamente presidente e direttore di produzione della Cometto, sono imputati nel processo con l’accusa di omicidio colposo.
Due interpretazioni diverse da parte dei periti del fatto e delle sue cause. Il consulente tecnico del pm, che prese visione del luogo di lavoro il 24 luglio 2007, ovvero a pochi giorni di distanza dall’infortunio, insieme al consulente della difesa ed al tecnico dello Spresal: “Nella sequenza di montaggio della sospensione ho rilevato alcuni punti critici. E’ stato detto da chi lavorava in ditta che il sistema di posizionamento avveniva in modo vario. Non c’era una procedura standard. La sospensione poteva oscillare e cadere perché non era vincolata in alcun modo. Il carico era libero di oscillare in una situazione di estrema precarietà. Non c’era un sistema per bloccare la sospensione. I dipendenti avevano rilevato che c’era molta pericolosità e ciascuno usava un metodo proprio”. Inoltre, “anche se c'era spazio alle spalle del lavoratore questa non si poteva considerare come una misura di sicurezza. Si trattava di un’operazione pericolosissima anche se effettuata con due operatori perché quello sotto non poteva evitare in alcun modo la caduta”.
Per il consulente del pm, non ci fu una progettazione del montaggio e nessuno si preoccupò della pericolosità. Il pericolo poteva invece essere eliminato alla fonte con una procedura che l’ingegnere ha illustrato nel dettaglio. “Questo tipo di procedura alternativa di montaggio, tra l’altro, offrirebbe anche vantaggi economici perché garantirebbe tempistiche più veloci”. In conclusione, le cause dell’infortunio di Rocchia sarebbero dovute al mancato rispetto della normativa: gli oggetti sollevati non erano ben vincolati e i lavoratori non si trovavano in situazione di sicurezza che li proteggesse da un’eventuale caduta accidentale.
Un’altra chiave di lettura, invece, per il consulente di parte della difesa. Che ha subito rilevato alcune imprecisioni da parte del consulente del pm. Impossibile per lui che il carico si potesse ribaltare, così come era fissato. “Il fatto che in quel momento Rocchia stesse lavorando da solo è stato l’elemento scatenante. Se erano in due il ribaltamento sarebbe stato impedito perché allora avrebbe lavorato in sicurezza. Perché il lavoratore fosse da solo non lo capisco. Lui sapeva che quell'operazione doveva essere fatta in due. Non si può dire che ci sia stata carenza nella sicurezza perché se l’operazione fosse stata cosi pericolosa, come mai in tanti anni di attività nessuno si è schiacciato neanche un dito?”.
Data la totale differenza di opinioni fra i due consulenti, l’avvocato della difesa ha chiesto la nomina di un perito del Tribunale. Per il pm Offman, che si è opposto alla richiesta di perizia, “se dobbiamo valutare l’adeguatezza delle procedure al momento dell’infortunio il Giudice ha già tutti gli elementi per decidere. Non ci sono questioni tecniche che attingono al cuore del processo onde nominare un altro perito”.
Il Giudice, nell’udienza del 13 aprile prossimo, si pronuncerà sul nuovo perito.
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Monica Bruna