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Cronaca | martedì 19 giugno 2012, 18:02

"Nessun dubbio, nè sospetto": parla il difensore del minorenne abusato dal suo insegnante nel monregalese

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Annalisa Chiodoni: “Il ragazzo era in forte soggezione e la condanna del professore appare chiarissima"

Non ci sta, Annalisa Chiodoni – avvocato difensore del minorenne abusato dal suo professore –e puntuale replica, anche per conto del suo assistito, a quanto riportato in un articolo in merito alla condanna dell’insegnante monregalese e ad alcune affermazioni del legale che lo difendeva.

“Nell’articolo pubblicato alcuni giorni fa – spiega l’avvocato Chiodoni – vi sono evidenti falsità di numerose affermazioni. Vengono esposti solo i punti di vista della difesa, per questo è indispensabile rimarcare alcuni elementi salienti del processo e della sentenza”.

Avvocato, la denuncia è stata fatta dal ragazzo abusato?

“Dei fatti contestati è stata sporta regolare ed esplicita denuncia, come da verbale della sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Mondovì in data 3 novembre 2010”.

Si parla di un processo a “doppia verità”

“L’avvocato difensore dell’imputato lo sostiene, secondo l’articolo citato, e si parla anche di un mancato chiarimento della situazione, come testimoniato dalla pena di 2 anni e 4 mesi, ossia “il minimo consentito”. Di fronte a queste affermazioni, va invece riconosciuto senza mezzi termini che la sentenza è stata di condanna e che il minimo della pena è stato probabilmente comminato sia perché l’imputato era incensurato, sia perché ha ammesso almeno parzialmente di aver commesso i fatti. Occorrerà attendere comunque  la motivazione della sentenza. La condanna non lascia spazio a dubbi o a sospetti di mezze verità, tanto che all’imputato è stata inflitta l’interdizione perpetua da qualunque impegno nella scuola”.

Come ha vissuto il suo cliente questa brutta storia?

“Vi lascio immaginare e per questo che consideriamo intollerabili e perlopiù false le informazioni riportate nella seconda parte dell’articolo, volte a screditare il giovane, che ha dovuto subire atti sessuali suo malgrado per la soggezione in cui il suo insegnante lo teneva: quale rilevanza può avere il fatto che il minore  avesse vissuto in una comunità? Non è d’altra parte normale pensare che un giovane con trascorsi difficili possa aver trovato forza nel denunciare abusi pesantissimi subiti solo confidandosi con un amico? Infine, l’avvocato difensore afferma che “il processo non ha mai dimostrato che il professore abbia indotto il suo allievo a fare cose contro la sua volontà”: la condanna su quali basi poggerebbe, se non sul riscontro di fatti oggettivi in ogni caso contro la legge, perpetrati cioè contro un minore, e perdipiù da parte di un insegnante tenuto per dovere professionale a conoscerla ed anche con ruoli educativi nei confronti del minore stesso?”.

È proprio l’art. 609  bis a sancire infatti che “è punito con la reclusione da cinque a dieci anni chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto”. Ed il professore è stato riconosciuto penalmente responsabile proprio di questo reato.

NaMur

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