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Attualità | 11 novembre 2013, 17:22

Una serata con Gianluigi Gabetti ospite del Lions Club Carrù-Dogliani

Serata di grande emozione quella di giovedì scorso per i soci del Lions Club

Una serata con Gianluigi Gabetti ospite  del Lions Club Carrù-Dogliani

Serata di grande emozione quella di giovedì scorso per i soci del Lions Club Carrù-Dogliani e per il suo presidente, Ivano Dho, che hanno ospitato - nell’Agriturismo “La Pieve” di Dogliani - Gianluigi Gabetti, 89 anni, da tempo ai vertici della Fiat e personaggio di levatura mondiale - prima a fianco dell’avvocato Gianni Agnelli e poi traghettatore della Fiat verso John Elkann e Sergio Marchionne - ma sempre rimasto legato alla sua Langa e alla terra dei sui avi. Una serata ed una chiacchierata in tutta amicizia e simpatia, su un tema a lui molto caro, “I ricordi langaroli e no, di un langarolo”.

Ad accoglierlo assieme al presidente Ivano Dho, gli officier distrettuali, Paolo Candela, Rossella Chiarena e Raffaele Sasso e la presidente del Leo Club Carrù-Dogliani, Elisa Marchesani.

«Sono qui - ha esordito Gialuigi Gabetti - da langarolo, da una famiglia originaria di Dogliani, trasferitasi col trisnonno, dopo la caduta di Napoleone, a Murazzano, dove acquistò una casa di caccia. Quella casa dove da bambino vedevo i voli di pernici che oggi non ci sono più. Quella casa che si è salvata dal tracollo familiare della crisi del 1929, dove quando posso soggiorno, anche se vivo altrove. Mio padre, prefetto ha girato l’Italia, e con lui tutta la famiglia. Ho vissuto in tante località dove ho imparato molto e conosciuto nuovi posti e persone. Studiando e imparando le lingue, fra cui francese, inglese e tedesco. L’università me la sono pagata».

Poi Pierluigi Gabetti ha parlato della sua scelta di “andare in montagna” assieme ai partigiani contro i tedeschi, partecipando anche a qualche azione e delle difficoltà nel dopoguerra, quando, benché avesse la laurea in giurisprudenza, fosse difficile trovare lavoro. Un racconto dettagliato, capace di incantare, con riferimento a quelle tre persone che hanno segnato la sua vita: Raffaele Mattioli, Adriano Olivetti e Gianni Agnelli.

«Entrai in Comit dopo aver vinto un concorso, come sportellista, malpagato e con orari impossibili. Ci rimasi 12 anni sino a diventare vice direttore. Poi arrivò Adriano Olivetti, ebbi un colloquio e si parlò molto. Quando mi scrisse, mi propose di lavorare accanto al figlio, triplicandomi lo stipendio. Accettai e mi mandò negli Usa, per occuparmi di vendere i primi computer fatti in Italia».

Quindi il legame con Gianni Agnelli: «Incontrai Gianni Agnelli nel 1960 a New York: allora ero in America per conto dell’Olivetti. Mi mandò a chiamare, mi fece molte domande. Si fece vivo nell’aprile 1970, al telefono: “Sono a New York. Lei cosa sta facendo?”. Gli dissi che stavo andando a giocare a tennis con mia moglie. Lui si scusò: “Speravo mi potesse raggiungere”. Rinunciai al tennis. Ero allora anche nel board del Moma, e mi chese di visitare il Museo nel giorno della chiusura, perché c’era una mostra dedicata alla collezione di Gertrude Stein che gli interessava. Ci riuscii, e lui ne fu molto felice. Poi mi chiese di entrare all’Ifil come direttore generale ed arrivai a Torino quando gli altri scappavano».

Inizia così la sua lunga presenza in Fiat. Prima a fianco dell’Avvocato Agnelli, poi del fratello Umberto, trovandosi a dover prendere in mano l’azienda nel momento difficile seguito alla scomparsa di entrambi. Per superarlo chiamò ai vertici dell’azienda Luca Cordero di Montezemolo, come presidente e Sergio Marchionne, come amministratore delegato.

«L’Avvocato -  ha proseguito - era una persona che teneva molto alla puntualità, capitava spesso di arrivare in orario e trovarlo già lì ad aspettare. Amava lo sci e la vela. Spesso d’estate smetteva di lavorare, mi chiamava e con l’elicottero raggiungevamo la Costa Azzurra, dove era la sua barca a vela, lo “stealth”, (dal nome del bombardiere americano invisibile ai radar, Ndt) navigava per un’ora e poi si rientrava a Torino, a tempo per gli appuntamenti del pomeriggio».

Infine ha concluso con una esortazione, rivolta ai giovani: «Trovare lavoro è difficile oggi come nel dopo guerra. Ed è necessario fare sacrifici: lo dico ai giovani, verso i quali ho comprensione. Ho tentato di spiegarlo loro, ma i maschi si pongono interrogativi sul futuro e non accettano cosa viene loro proposto. mentre le ragazze hanno problemi di orari e giorni liberi.  Io ho fatto sacrifici, senza contropartite e quando diventai vice direttore, fu perché diedi e feci proposte valide».

cs

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