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Overmovie | 03 luglio 2016, 10:56

La Grande Bellezza 2.0: un capolavoro sul niente

Forse la grande bellezza non esiste, forse come diceva Mastroianni a Claudia Cardinale in “Otto e mezzo” “…non esiste niente di niente di niente” ma se fosse così Sorrentino avrebbe realizzato cinematograficamente la più grande ambizione di Flaubert (e di Jep) e cioè quella di “scrivere un romanzo sul niente”

La Grande Bellezza 2.0: un capolavoro sul niente

Jep Gambardella è uno scrittore che non scrive un romanzo da quando esordì, a venticinque anni, con una promettente opera prima. Campano d’origine, naturalizzato romano, trascina il suo tono da gagà e gli abiti d’alta sartoria sul Lungotevere al tramonto o nella Via Veneto deserta alle ore più remote della notte. Entrato ormai nel “vortice della mondanità” scrive pungenti articoli di costume, ha abrogato il mattino e organizza feste nello splendido appartamento vista-Colosseo finchè il suo sessantacinquesimo compleanno e la morte del suo primo amore, annunciatagli dallo storico compagno di lei, non lo inducono a nostalgici bilanci insufflandogli la voglia di tornare a scrivere.

La struttura del film somiglia al decadente cerchio di conoscenti e amici che ruotano intorno al perno del magnetismo jeppiano, cerchio (circo) fatto di scrittori teatrali frustrati, ipocrite madrine di sinistra, imprenditori adulteri, attrici che sniffano, dive decadute e mecenati del cattivo gusto.

L’immensa bravura di Toni Servillo, che con questo ruolo s’inscrive nel sancta sanctorum dei migliori attori italiani, sta nello sfiorare tutto senza toccare niente e nel costruire un’affilata critica sociale su un ancor più affilata autocritica individuale prive di quell’impegno civile che in altri grandi attori è stato principalmente un attributo di partito.

A recitare affianco a Toni c’è la Roma delle chiese e dei giardini segreti, dei conventi e degli “horti conclusi”, delle statue e dei monumenti, la Roma barocca coi suoi trompe l’oeil e quella pagana con fauni e divinità a riposo ma anche la Roma pontificia mirabilmente sintetizzata dall’ambigua figura del cardinale esperto di cucina (un notevole Roberto Herlitzka).

Questa “Grande Bellezza” che Sorrentino scannerizza con delle inquadrature geometricamente vive fa da contraltare alla volgarità incalzante che travolge tutto e tutti in un’orgia di quasi-potere e successi stagionali ben rappresentata dai buffet assaltati e dalle iperboli cafone tipo mariachi o lanciatori di coltelli.

Nessuno danza con nessuno, ci sono solo balli di gruppo o trenini “che non vanno da nessuna parte”, ridicoli danzatori solitari e se due figure si intercettano nella bolgia generale il loro ammiccare è un triviale scambio di allusioni che non è né erotico né osceno ma solo patetico.

Altro attore fondamentale è il dolore che vibra sottotraccia in ogni scena, dalla bimba prodigio costretta ad un estremo body-painting dalla famiglia e da un cinico gallerista fino al maggiordomo anziano che cade in un angolo ignorato da tutti; l’accettazione, formale e sostanziale, di questa deriva è il sornione incrocio fra indolenza capitolina e stoicismo partenope oppure una semplice resa alla perdizione? Ad avanzare questa seconda ipotesi è il giovane e inquieto Andrea quando, dopo aver citato Proust e Turgenev, dice a Jep (che in questa versione estesa si intuisce essere il padre naturale del ragazzo) che “il fatto che lui non abbia capito non vuol dire che nessuno possa riuscirci”.

Solo in questa scena il sorriso di Servillo e la vena aforismatica alla Wilde sembrano incepparsi (o injepparsi) trasformando il simpatico istrione in un mediocre arrivista degno d’un romanzo del tanto citato Flaubert.

Appena uscito “La Grande Bellezza” è stato da molti considerato un film contro la sinistra e in effetti una delle scene più riuscite della pellicola è quella in cui Jep mette a nudo l’incoerenza dell’amica Stefania ma io credo invece che questa sia un’opera contro ogni apparato di potere ed è per questo che più che all’universo felliniano è associabile a “Todo Modo” di Elio Petri (film che Sorrentino ha sempre elogiato tralaltro).

Da Fellini Sorrentino prende in prestito le maschere: vedi Dadina l’editrice nana o la Serena Grandi giunonica come e oltre la Gradisca, la giraffa e i fenicotteri o l’abbondanza di suore e preti fino alla delirante carovana da circo di periferia che diventa Casa Gambardella ad ogni nuova notte.

E’ citazionismo e se vogliamo accusare Sorrentino di abusarne allora Tarantino meriterebbe di essere strangolato ritualmente con chilometri di pellicole italiane anni Settanta.

Qualcuno ha detto che questo film è stato concepito per piacere agli americani e vincere l’oscar e a me torna in mente chi rimproverava a Moravia di scrivere per essere tradotto. Sta di fatto che l’Academy  l’ha premiato e che in pochi in Italia l’hanno veramente capito. Io mi associo a Bernardo Bertolucci che lo ha definito un film “che ti resta dentro” e consiglio a tutti di rivederlo più volte finchè “Lie” di David Lang e “Beatitudes” interpretata dai Kronos Quartet (i due brani più belli della colonna sonora) non creeranno quel “ritmo” tanto caro al regista.

La vera protagonista de “La Grande Bellezza” è la stessa dell’opera omnia di Cèline e cioè la morte: muore Elisa, muore Ramona (Sabrina Ferilli) e si suicida Andrea, Romano (Verdone) se ne torna in provincia, Viola (la madre di Andrea) diventa missionaria in Africa e l’intero circo sorrentiniano sbaracca in un horror vacui che solo le radici di cui si nutre la santa-eremita sembrano scongiurare.

Per questo Jep tornerà nei luoghi del suo primo amore, per salvaguardare quella curiosità di cui parla il regista che intervisterà nell’unica parte veramente nuova di questa versione extra, curiosità che è sinonimo di sensibilità e che lo ha “condannato” a diventare uno scrittore.

Forse la grande bellezza non esiste, forse come diceva Mastroianni a Claudia Cardinale in “Otto e mezzo” “…non esiste niente di niente di niente” ma se fosse così Sorrentino avrebbe realizzato cinematograficamente la più grande ambizione di Flaubert (e di Jep) e cioè quella di “scrivere un romanzo sul niente”.

Lui ha girato un capolavoro sul niente.

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Per scrivere all'autore : overmovie@targatocn.it

De Mazan

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