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Ad occhi aperti | domenica 17 luglio 2016, 17:11

A Mondovì niente registro per il “testamento biologico”: occasione sprecata? - Miele

Basta aprire internet o accendere la televisione per rendersi conto che non in tutti i casi le persone hanno la possibilità di esercitare il proprio libero arbitrio su come terminare la propria vita: perché privarci quindi della possibilità di farlo?

“Miele” è un film di produzione italo-francese del 2013, scritto da Francesca Marciano, Valia Santella e Valeria Golino, e rappresenta il debutto alla regia di questa ultima.

Liberamente ispirato al romanzo “Io vi perdono” di Mauro Covacich (pubblicato con lo pseudonimo di Angela Del Fabbro), la pellicola narra l'attività, ovviamente illegale, di Irene, giovane donna che, sotto lo pseudonimo di “Miele”, somministra l'eutanasia a persone anziane e malate. Il suo rapporto con la vita, la morte e l'amore cambierà drasticamente quando incontrerà l'Ingegner Grimaldi, che richiederà i suoi servigi per porre alla sua vita... spinto però dalla depressione. 

Definire quello su cui sto per avventurarmi in questo appuntamento di “Ad occhi aperti” un terreno accidentato, direi che potrebbe entrare di diritto nella top100 degli eufemismi del secolo. E comunque, proseguo lo stesso.

Mondovì, città principale del monregalese, ultimo Consiglio comunale: per la terza volta in 9 anni, la proposta dell'istituzione di un registro comunale per le dichiarazioni “anticipate di trattamento”, comunemente conosciute con la dicitura di “testamento biologico”, viene respinta. Voti a favore 6, voti contrari in numero identico, ma il testamento comunale non consente l'approvazione di alcuna proposta senza la maggioranza. Sarà per la prossima volta, forse.

Si parla spesso di “testamento biologico”, di eutanasia, di accanimento terapeutico e almeno altrettanto spesso con poca cognizione di causa. Troppe concause, troppe variabili, troppi limiti invalicabili, troppa medicina, troppa etica, troppa religione, troppo tutto, nemmeno si stesse parlando di una partita di basket (e non dico calcio perché altrimenti si infierisce sempre con lo stesso esempio, e non mi pare giusto). E forse è proprio questo il problema, su questo argomento come su gran parte degli altri: ciascuno di noi assume una posizione data dalla propria esperienza personale e dai propri condizionamenti socio-culturali, per non abbandonarla mai, a nessuna condizione, come se ciascuno di noi avesse prestato un qualche tipo di Giuramento di Ippocrate nei confronti della propria identità, ignaro del fatto che nella pratica della gestione della “cosa pubblica” in democrazia, l'unica idea concettualmente errata è quella violenta.

E mi dispiace per chiunque pensi il contrario, ma nelle dichiarazioni anticipate di trattamento non c'è proprio nulla di violento. O di sporco. Come ci mostra, con chirurgica precisione ma allo stesso tempo delicata profondità, il primissimo film “da dietro la camera da presa” di Valeria Golino.

Sì, Irene, la protagonista, all'inizio del film affronta tutta la questione come nient'altro che un lavoro, una professione: somministra il Lamputal, farmaco che mensilmente va a prendere in Messico (dove è legale), a chi non riesce più a sostenere il dolore e vede se stessa come una sorta di angelo capace di dare un sollievo definitivo e immensamente agognato. Questa vicinanza alla morte così intima, così pregnante (seppur non resa esplicitamente dalla pellicola), sta uccidendo anche lei e le sue relazioni. L'incontro con il depresso Ingegner Grimaldi, però, cambierà tutto e la porterà a riconciliarsi con la vita e con il mondo.

Per quanto mi riguarda, è proprio “riconciliazione” la parola chiave

.Forse dovremmo cominciare a guardare alla morte, alla decadenza, non come a qualcosa di scisso dal resto della nostra esistenza, ma come a un appuntamento sconosciuto e obbligato al tempo stesso. Basta aprire internet o accendere la televisione (specialmente di recente) per rendersi conto che non in tutti i casi le persone hanno la possibilità di esercitare il proprio libero arbitrio su come terminare la propria vita: perché privarci quindi della possibilità di farlo?

A molti di noi piace spesso riempirsi la bocca di parole quali “libertà” e “responsabilità”, che giustamente guidano la nostra esistenza in ogni singolo istante, concetti nobili che illuminano la strada di chi si definisce adulto. È davvero così difficile guardare alla libera scelta di decidere responsabilmente le condizioni della propria dipartita da uomini razionali? Pare di sì. Anche nell'Anno del Signore 2016.

simone giraudi

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