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Attualità | mercoledì 14 settembre 2016, 11:02

"Col tempo sarà palese anche in Italia quanto sia valido il nostro modo di amare"

Riceviamo e pubblichiamo da Davide Monetto, dell'ufficio stampa Grandaqueer - Arcigay

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Ringraziamo il vostro lettore per averci dato l'opportunità di condividere una riflessione che sta coinvolgendo la comunità omosessuale in questi mesi. Da un po' di tempo, infatti, ci stiamo chiedendo se sia opportuno definire le nostre unioni civili "matrimoni", o usare delle perifrasi di certo più precise, ma più fredde.

Le parole hanno diversi livelli di significato: livelli culturali, affettivi, legislativi.

Come il lettore giustamente ha evidenziato, molte persone identificano il matrimonio con il sacramento cattolico, e usano le liturgie cattoliche per celebrare con la comunità l'impegno che prendono di fronte al loro coniuge: l'aspetto affettivo si colora della cultura di riferimento, e la scelta del rito che sancisce la propria unione dipende da libertà personali la cui tutela è uno dei principi fondamentali della costituzione.

Noi tutti, capita che ci innamoriamo di una persona, la conosciamo, ci avviciniamo tanto e tanto profondamente ad essa da voler cominciare un progetto di vita insieme, condividendo la routine quotidiana, la casa, i legami famigliari, il futuro oltre i piccoli problemi e le gioie di ogni giorno. Nel nostro cuore non possiamo che chiamare chi scegliamo come nostro compagno per la vita sposo, o sposa. Non possiamo non definirci famiglie, perché siamo tali e nulla di meno; ogni altro termine, ogni perifrasi svilisce le nostre unioni, mature, profonde, proiettate sul futuro.

Purtroppo però non ha ancora senso chiamare matrimonio quello che in questi mesi sta cominciando a succedere fra tante coppie di uomini e donne: la tranquillità di avere una prima tutela; vedere riconosciuto il proprio progetto di amore; per molti la gioia dei parenti e degli amici vissuta finalmente alla luce del sole, tutti assieme, non sono completi, non bastano, mancano di parti importanti. Tuttora, alle coppie unite civilmente non viene riconosciuta dallo stato la possibilità di poter donare a dei figli la vita che esse costruiscono assieme, giorno per giorno, come tutte le altre famiglie. A livello legislativo lo strumento per cementare le nostre unioni è monco, in parte svuotato del vero significato che noi tutti, omosessuali o eterosessuali, attribuiamo alla parola "famiglia".

Col tempo, sarà palese a tutta l'Italia - con buona pace di chi si ostina a sostenere che esiste un unico tipo di famiglia -  quanto degno di ammirazione e di partecipazione emotiva, quanto valido sia il nostro modo di amare, e rinnoviamo il nostro desiderio di ottenere infine, come sancito dall'articolo 3 della costituzione, per i nuovi coniugi che si affacciano alla vita della società - di cui nell'articolo 29 non viene in alcun modo menzionato il sesso - che "siano rimossi gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l' uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese".

Con tutto il nostro cuore, noi di Grandaqueer auguriamo alle nuove famiglie di trovare per sé tutto quello che con tanto impegno stanno cercando, e celebriamo la nascita delle loro nuove vite, auspicando che il prima possibile la parola famiglia sia tale per tutti coloro che si amano."

Davide Monetto - ufficio stampa Grandaqueer

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