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Cronaca | martedì 10 gennaio 2017, 15:24

Cuneo: accusato di violenza privata, si sarebbe fatto imprestare 55 mila euro dall'amica conosciuta per telefono

La presunta vittima: “Ero succube di lui, ho mentito alla mia famiglia”

Lui le aveva detto di aver sbagliato numero, ma da quel momento sarebbe partita una sorta di amicizia che avrebbe procurato guai seri alla donna che aveva risposto alla telefonata.

La vicenda è stata raccontata al giudice da una signora cuneese nel processo a carico di G.S., un calabrese imputato per violenza privata che, secondo l'accusa, sarebbe riuscito a carpirle ben 55 mila euro in due anni, mai restituiti.

La cosa è partita in maniera tranquilla, gli avevo detto di essere sposata con figli. Lui si era presentato come 'Marco' e aveva detto di lavorare per una ditta di abiti da sposa a Roma. In quel periodo ero vulnerabile, stavo passando un periodo difficile con mio marito. Mi disse che aveva difficoltà economiche”. Parte il ricatto subdolo: “Se fossi mia amica mi aiuteresti a pagare le fatture”.

E la donna ci casca: “Parto con le prime ricariche sulle carte Postepay che mi indicava 'Marco'. Mi telefonava 2-3 volte al giorno, promettendo ogni volta che avrebbe restituito i prestiti a fine mese. Ho vissuto due anni in una bolla di sapone, ho mentito a tutta la mia famiglia, ero succube di lui. Mi diceva che era colpa mia se sua mamma era stata colpita d'infarto e stava male, perché non poteva pagare le fatture”. L'imputato in effetti aveva un'attività commerciale, ma essendo fallito, la stessa era intestata al cugino. Su la carta Postepay intestata a quest'ultimo sarebbero finite alcune somme di denaro che la donna passava all'amico.

Dopo aver fatto leva sui sensi di colpa, G.S. sarebbe passato alle minacce: “Se avessi smesso di passarli il denaro avrebbe detto tutto a mio marito e a mio figlio”.

Il marito ha spiegato in aula di non essersi accorto di nulla perché era la moglie a gestire il budget famigliare: “Me ne sono reso conto solo dopo due anni, vedendo l'estratto conto della banca. Lei mi disse di aver prestato il denaro ad un amico. Poi mi ha fatto ascoltare alcune telefonate con minacce rivolte ai nostri figli”.

Il processo continua ad aprile con altri testimoni.

Monica Bruna

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