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In&Out | domenica 19 marzo 2017, 07:45

Il “Pop Intuitivo” ha radici in Granda: quattro chiacchiere con il pittore fossanese Mauro Soggiu

New York è la seconda casa dell'ex-studente dell' “Ego Bianchi” di Cuneo ormai da anni: “Essere italiano mi ha aiutato nel processo d'integrazione”

Mauro Soggiu

Sarà una tendenza in progressivo decadimento, forse, quella di noi del “Vecchio Mondo” di vedere l'America come un'onirica “Terra Promessa” in cui ogni sogno ha realistiche possibilità di diventare realtà, ma che sia una concezione ancora in parte radicata a livello inconscio è indubbio: ritagliarsi qualche grosso spazio in una delle città in cui vediamo costantemente ambientate le nostre storie cinematografiche e televisive preferite sembra un'eventualità tanto difficilmente raggiungibile quanto auspicabile.

Viene dalla Granda, uno di quei (forse più di quanti ne si immagini) soggetti che questo l'hanno fatto davvero; si tratta del celebre, possiamo dirlo, pittore fossanese Mauro Soggiu, da anni “citizen” della Grande Mela.

Con lui, abbiamo fatto quattro chiacchiere sull'arte, sulla carriera e sulle opportunità che a volte la vita di offre... se riesci a viverla con un obiettivo chiaro in testa.

- Da Fossano a Brooklyn, seguendo la passione per la pittura. Come è nata quest'ultima, e perché ha deciso di farsi guidare da essa Oltreoceano?

Direi che tra Fossano e Brooklyn ci sono stati alcuni altri passaggi fondamentali, per esempio Milano dove ho studiato e terminato l’Accademia di Belle Arti nel 1998. La passione per la pittura è nata quando frequentavo le elementari, avevo già una predisposizione al disegno rispetto ai miei coetanei e nel 1988 una professoressa delle medie convinse i miei genitori a iscrivermi al Liceo Artistico Ego Bianchi di Cuneo. I miei erano un po' scettici, la loro idea era avere un Mauro geometra o tecnico industriale; a quell’epoca il Liceo era tradizionale di quattro anni senza corso di inglese e non corrispondeva a un diploma pieno, difatti nell’anno della “laurea” (tra virgolette, poiché anche l’Accademia non era considerata università) ho fatto il corso integrativo per il diploma. In tutti questi anni scolastici ho sempre dipinto e disegnato, passando dal garage di casa, alla “stanza del caminetto” (solo noi di casa sappiamo cos’è).

Nel 1996 dividevo uno studio a Milano con un grande amico e eccellente Artista, Alessandro Spadari, e nel 1998 ho dovuto compiere il servizio militare come obiettore e mi sono ritrovato a Milano in Boscovich 38 all’Ente Nazionale Sordomuti, dove il direttore mi aveva imprestato una mansarda per farne il mio atelier. Tra il 1999 e il 2001 c’era molto interesse sul mio lavoro e riuscivo a mantenermi quasi totalmente con i miei quadri, dico totalmente perché fui anche assistente di Luca Pignatelli, una delle icone artistiche milanesi. Nel 2001 avevo già il mio studio di proprietà a Milano in via Lorenteggio.

La passione era grande, ma l’idea di respirare l’aria dell’arte americana ancor di più e per questo dopo la personale del 2004 venni a contatto con Antonio Nenna, direttore e proprietario della Galleria delle Battaglie di Brescia, che oltre a organizzare una personale nel 2005 mi propose una sponsorizzazione di tre anni per gli Stati Uniti. Antonio mi stipendiava per dipingere e vivere a New York, comprava tutti i miei lavori e ogni due anni facevamo una mostra con catalogo curata da bravissimi critici italiani. Da quegli anni ad ora New York è diventata la mia seconda casa, dove ho conosciuto e sposato mia moglie Elisa.

- Nelle sue opere, il concetto di "intuitive pop" è predominante. Potrebbe parlarcene?

Dopo dieci anni di pittura astratta/informale il trasferimento a New York mi ha indirizzato al Pop, ma non quel popolare chic alla Andrew Warhola, un popolare quotidiano, quello che tutti vedono e conoscono, ma cosi scontato che passa inosservato. I miei percorsi mattutini, camminando fino alla metropolitana per raggiungere il mio studio mi regalano infiniti spunti per i miei lavori. È un po' come dire: "scrivi cosa ti viene in mente o dipingi quello che hai appena visto”.

L’intuizione non è necessariamente la cosa migliore, l’intuizione è frutto dell’istinto e la maggior parte delle volte l’istinto ci frega. La mia maestra delle elementari diceva sempre che “la gatta frettolosa fa i gattini cechi”, e all’inizio mi sembrava un consiglio importantissimo. Ma con gli anni, conoscendo il mondo dell’arte e le sue sfaccettature, quei gattini cechi fanno parte della società, una metafora tanto attuale quanto crudele. L’intuitivo è rapido, se non siamo veloci non ne fruiamo. Nasciamo con la vista ma spesso la riempiamo di immagini inutili. Il mio processo artistico tenta di restituire quelle immagini che la maggior parte delle persone perdono nel quotidiano. Per questo è un Pop Intuitivo.

- Il mondo dell'arte, in America, ho personalmente idea sia molto più dinamico rispetto a quello italiano. E' solo un pregiudizio, il mio?

Sicuramente in America le dinamiche sono più interessanti, ma non necessariamente migliori di quelle italiane: l'Italia è piena di ottimi artisti con eccellenti proposte. Il vero problema è la concorrenza, ovunque tu stia operando; esistono molti artisti per caso, che in un colpo di genio si ritrovano a cavallo di un mercato che non riescono ad esaudire.

La mancanza di costanza è uno dei mali dell’arte, anche perché dopo le avanguardie artistiche tutto ciò che è arte dura veramente poco. Citando nuovamente il nostro caro amico Andy Warhol, quei 15 minuti di celebrità del 1968 potrebbero essere considerati manciate di secondi 50 anni dopo: quindi il tuo pregiudizio non è sbagliato, è solo distorto dalla fugace realtà in cui ci ritroviamo.

- Essere nato in un luogo lontano dal contesto americano, che idea le ha permesso di farsene, anche in relazione all'elezione del nuovo Presidente?

Mi diventa difficile rispondere a questa domanda, anche perché il contesto americano è sempre apparso multietnico e diverso e politicamente variegato, nonostante sia suddiviso tra democratici e repubblicani: il nostro minestrone di verdure è estremamente classico, qui in America non mi stupirei di mangiarne uno con würstel, patatine o altri ingredienti internazionali. Poi sappiamo bene che le politiche in generale effettuano tagli sostanziosi sulla cultura, ma il vero disturbo sta nell’abuso di potere e nell’irriverenza.

L’arte è sempre stata un tramite per rifiutare, attaccare o condannare le brutte politiche. Non so cosa succederà qui in America, spero solo che le persone non perdano il fuoco del bello, perché senza cultura non si può avanzare.

- Come si pone rispetto al suo essere "ospite" in terra americana? L'arte l'ha aiutata, nel processo di integrazione?

L’arte, la cultura e l’essere italiano mi hanno aiutato moltissimo. Ho molti amici, facciamo molte serate con cene e vino e terminiamo in nottata parlando di arte o meglio di storia dell’arte, perché per il resto si vedrà tra 50 anni. Sono molto integrato e mia moglie è americana, quindi direi che sono un ospite... permanente.

Adoro molte cose degli americani e del loro stile di vita e soprattutto della caparbietà nel rialzarsi nei momenti difficili. Poi non è tutto rose e fiori, burocraticamente è abbastanza complesso: devi dimostrarti un ospite ben gradito altrimenti non ci pensano due volte a mandarti indietro.

- Ritorna poco, a Fossano. Che cosa le manca, di più, della Granda?

Ritorno due o tre volte all’anno e devo dire che della Granda mi manca ogni tanto la tranquillità. Con questo non voglio assolutamente dire che sia una realtà piatta, anche perché esiste una falda vulcanica estremamente prospera: parlo dei sapori della mia terra e di quegli amici che magari non vedi da vent’anni ma quando li incontri ti trasmettono sempre lo stesso affetto.

Uscendo un po' dal tema della domanda, ho avuto da questa terra l’immensa possibilità di esporre e collaborare con la città di Fossano e la Provincia di Cuneo, dove mi ricongiungo ogni volta con molti dei miei collezionisti storici e tutti della Granda, che mi aspettano a braccia aperte per vedere qualche altra proposta pittorica.

simone giraudi

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