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Al Direttore | giovedì 18 maggio 2017, 19:00

A proposito della lettura… ovvero quando una ciliegia tira l’altra

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni dei detenuti di Fossano

La recente presentazione del libro “Fine pena: mai” di Elvio Fassone, per i tipi di Sellerio, all’interno del Carcere di Fossano e la lettura collettiva che ne è seguita fra i detenuti sollecitano almeno un paio di brevi riflessioni.

La prima riguarda la dimensione personale della lettura.

Scriveva Primo Levi: “Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letto? Tutto, molto, poco o niente: a seconda dell’ambiente in cui siamo nati, della temperatura del nostro sangue, del labirinto che la sorte ci ha assegnato”.

Ognuno di noi, pertanto, porta in sé questa autobiografia scandita dalle letture che lo hanno formato e accompagnato nel corso della vita.

Elvio Fassone scrive nel suo libro che, avendo deciso di regalare a Salvatore un libro, lo sceglie fra i suoi perché “deve vedere le pagine un po’ consumate, capire che i libri si mangiano in quel modo, meglio che la pizza, se li ascolti bene hanno il sapore del pane”.

La seconda riflessione è sul miglior modo di leggere, di scegliere e giudicare un libro. In una conferenza tenuta in una scuola in Inghilterra, all’inizio del secolo scorso, dal titolo “Come dobbiamo leggere un libro?” Virginia Wolf mise subito in chiaro che quand’anche fosse stata in grado di rispondere alla domanda, avrebbe potuto farlo soltanto per se stessa, poiché l’unico ragionevole consiglio trasmissibile sulla lettura era, a parer suo, quello di non seguirne alcuno, non lasciandoci guidare che dall’istinto, non facendo uso che della propria ragione e traendo così conclusioni personali.

La Woolf non nasconde la difficoltà, per il lettore comune, di completare la prima metà del processo di lettura, “ricevere impressioni con il massimo numero possibile di comprensione”, con la seconda “giudicare quella folla di impressioni” dando a quelle “forme passeggere” una forma “solida e duratura”.

Essa sa che vi si riesce a condizione di riconsidereare il libro a lettura ultimata e distanziata, nel suo insieme, creandone quasi un secondo e confrontandolo con il primo. È difficile, ma vi si riesce. Sennonché a questo punto il lettore da amico dello scrittore, essendo diventato suo giudice, non può non operare con severità.

D'altronde perché dovrebbe farlo con debolezza? “Forse non sono delinquenti i libri che hanno sciupato il nostro tempo e la nostra attenzione?”

Questo non è il caso di “Fine pena: ora” libro tutt’altro che inutile. È stato facile immaginare il contesto, lo stato d’animo in cui vive il protagonista, Salvatore, cosa possa pensare e come agisce, quali speranze coltiva. Intuire le sue preoccupazioni e l’ansia che lo divora è scontato per noi detenuti. Pertanto il giudizio sul libro non può che essere positivo sotto tutti i punti di vista.

Salvatore è uno di noi!

Tanto che un detenuto ha realizzato proprio quel secondo libro di cui si scriveva sopra. Più scarno, 20 pagine, ma un vero condensato di emozioni.

Dalle impressioni alle emozioni il passo è breve.

Ricapitolando: si deve cercare, con l’esercizio, di arricchire il proprio modo di sentire il sentimento e di affinare il gusto con la lettura.

Immaginazione, intuito, giudizio: ecco le doti richieste per leggere bene un libro, senza presumere di tramutarsi in critici, ma senza perciò rinunciare al giudizio, poiché le valutazioni del lettore comune “pervadono l’aria e diventano parte di quell’atmosfera che gli scrittori respirano mentre lavorano”.

Affascinante prospettiva.

I detenuti della Casa di Reclusione di Fossano

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