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Cronaca | lunedì 19 giugno 2017, 14:36

Caraglio, condannati a tre anni per il furto in un’azienda di distribuzione alimentare

Il fatto nel 2013, i ladri avevano agito nella notte neutralizzando il sistema di allarme

In tre erano accusati di aver partecipato al furto presso un’azienda caragliese di distribuzione alimentare, avvenuto il 5 luglio 2013. Sette persone erano entrate nel capannone dopo aver tagliato la recinzione e scardinato la porta d’ingresso. I ladri erano stati ripresi dalle video camere di sorveglianza per pochi attimi, prima che le neutralizzassero con una schiuma.

Il mattino successivo il titolare entrando in ditta si era accorto del furto: “Avevano portato via beni alimentari e rubato due automezzi, il tutto per un valore di 45 mila euro”. Il capannone era protetto da un sistema di allarme che i ladri erano riusciti a disattivare. Uno dei furgoni stato ritrovato in Belgio nel 2016, il resto era stato interamente risarcito dall’assicurazione.

F.N. e F.G., napoletani cinquantenni con precedenti, sono stati condannati a 3 anni di reclusione e 250 euro di multa. Il terzo imputato, C.C. anche lui campano, è stato assolto per insufficienza di prove.

I primi due erano stati identificati dai carabinieri di Caraglio che una settimana prima li avevano fermati a bordo di un’auto e poi lasciati andare: “Avevano raccontato di trovarsi in zona per lavoro, ma non ci avevano convinti, perché con precedenti per furti in aziende”, ha testimoniato in aula un maresciallo.

Dei sette solo in tre erano stati individuati. F.N. e F.G. erano stati riconosciuti dalle immagini estrapolate dai filmati dal titolare della ditta vittima del furto. Fu accertato che in quei giorni  non erano a Napoli, né i famigliari sapevano dove si trovassero.

Il pm Davide Fontana aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati, ritenendo di non dovergli concedere alcuna attenuante: “Erano già stati notati dal titolare la settimana prima all’esterno del capannone mentre stavano perlustrando la zona, preparandosi per il furto. Tutti con precedenti, non si sono mai visti durante il processo”.

La difesa ha sollevato seri dubbi sull’istruttoria: “Si è trattato di un procedimento indiziario, volendo individuare gli autori del reato in persone che erano state fermate qualche giorno prima, basandosi su pregiudizi. C.C. era stato identificato dai Ris di Parma soltanto dal profilo genetico tramite tracce lasciate su una vecchia bottiglietta, mentre riguardo agli altri due gli accertamenti sui mozziconi di sigarette trovati nel capannone non avevano dato alcun riscontro”.


Monica Bruna

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