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Ad occhi aperti | sabato 22 luglio 2017, 16:05

Il vuoto come motore del mondo - La stanza del figlio

Forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo tutti un po' Cristo nel Getsemani, tutti un po' Odino appeso ai rami di Yggdrasil

La stanza del figlio

"La stanza del figlio" è un film di produzione italo-francese del 2001 scritto da Linda Ferri, Heidrun Schleef e Nanni Moretti, diretto proprio da quest'ultimo.

Al centro della vicenda c'è la famiglia composta da Giovanni, psicanalista, la moglie Paola, editrice, e i figli Irene e Andrea, una famiglia di Ancona del tutto normale, che smette però di esserlo quando quest'ultimo perde la vita a causa di un banale incidente durante un'immersione: il film prende le mosse da questa perdita per spiegare come gli altri membri della famiglia (sia singolarmente che in gruppo) reagiscano alla scomparsa.

Notizia freschissima quella che trattiamo in questo appuntamento di "Ad Occhi Aperti": non più tardi di 24 ore fa, infatti, Cristina Giordana, madre di quel Luca Borgoni scomparso tragicamente l'8 luglio scorso a seguito di un incidente durante una gita sul Cervino che così tanto ha fatto parlare di sé (purtroppo e anche a livello nazionale) nel corso delle ultime settimane, ha discusso davanti alla professoressa Cinzia Berta e a decine tra amici, familiari e compagni di scuola, la tesi di laurea del figlio.

Un gesto per lo più simbolico, pro-forma, che completa però la carriera scolastica di Luca. Una prova di forza emotiva enorme per la sua mamma, in una giornata in cui ha avuto gli occhi dell'intero paese puntati addosso.

"Oggi non dobbiamo vergognarci di essere felici" ha detto la signora Giordana, una posizione quantomeno curiosa se rapportata alla gargantuesca enormità della tragedia che ha investito la sua vita. Curiosa, sì, ma forse non del tutto incomprensibile (se può essere effettivamente incomprensibile una reazione di qualunque tipo in una situazione come la sua).

Credo sia emblematica, in questo senso, la parabola famigliare descritta ne "La stanza del figlio": una situazione molto simile a quella che ha toccato la famiglia di Borgoni, quella riportata da Moretti, nella quale per perseguire una sua propria passione un giovane finisce per perdere la vita. E chi rimane non può che fare i conti con se stesso e con quello che non c'è più, cercando di rimettere insieme un'esistenza frantumata in modo certo irrimediabile: non si potrà mai tornare indietro, è ovvio, tutto ciò che resta è cercare di ricomporre il reale e proseguire con il proprio cammino. O almeno cercare di farlo. E scoprire, magari, che chi viene abbattuto dalla vita e riesce ad andare avanti non può che essere più forte di prima.

Non c'è storia, mi dispiace, e credetemi quando vi dico che vorrei fosse diverso: il dolore è il vero motore dell'umanità. La sofferenza, il suo sperimentarla e il suo esserne in qualche modo privi, spingono l'uomo oltre i propri limiti, sia fisici che mentali... che emotivi.

Certamente il dolore è motore per la scoperta di se stessi, è passaggio obbligato nella comprensione delle proprie risorse e delle proprie forze interiori e non lo scopriamo noi del 2017: intere mitologie sono state scritte con al centro il concetto del sacrificio personale. E tocca a tutti affrontarlo, prima o poi, che lo si desideri o meno, che lo si pianifichi (non è questo il caso ma può succedere) o meno; forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo tutti un po' Cristo nel Getsemani, tutti un po' Odino appeso ai rami di Yggdrasil. Inconsapevoli viaggiatori sulla strada della divinità.

simone giraudi

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