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Overcooking | sabato 12 agosto 2017, 05:00

Il menu dell’ultima cena

Mentre i primi cori a preoccupante contenuto erotico inquinano la purezza del convivio da noi allestito e l’assenza di vino transustanzia la paranoia in potenziale violenza pensare a come sarebbe organizzare oggi l’ultima cena fra celiaci e vegani

 

Decidere di trasformare l’addio al celibato d’un caro amico nella rievocazione storica de “L’ultima cena” paragonando (in)volontariamente la monogamia alla crocifissione raggiunge il terzo posto nella classifica dei nostri demenziali progetti dopo la gara di fumo tra rospi (con sigarette elettroniche) e il rifacimento della battaglia di Waterloo con liquidator caricati a urina.

Mentre il tramonto lascia filtrare dalle finestre un ambrato alone primaverile in quell’ “heure bleue” tanto amata da pittori e fotografi francesi (luce che ritroviamo nel cenacolo di Giotto a Padova) finire di disporre le evangeliche pietanze sul tavolo di cedro prestatoci da uno zio artigiano (cattolico ed etilista), simile in tutto e per tutto a quello conservato nella cappella del Santissimo Sacramento in San Giovanni in Laterano.

Dopo il tradizionale lavacro ai piedi e la vestizione con tuniche prese a nolo in una sartoria teatrale far disporre gli apostoli del povero Cristo attorno all’agnello (la compagnia dell’agnello) e alle altre portate della Pésach (Pasqua ebraica) eleggendo come Giuda un leggendario adultero, bugiardo per vocazione e ladro per indole, che di professione commercialista ben incarna il ruolo di cassiere di Gesù, anche se nel suo caso la Nozze sarebbero di Cayman più che di Canaan.

Mentre le amiche della futura sposa staranno scartando falli in lattice bevendo cocktail segretamente migliorati allo sperma di toro servire il pane azzimo che, di veloce preparazione (l’impasto deve lievitare non più di 18 minuti) simboleggia la fuga degli ebrei dall’Egitto, le erbe amare che ne rappresentano la schiavitù e lo “charoset”, un impasto di frutta e cannella (o cinnamomo) che ricorda il fango e la paglia con cui i semiti assemblavano i mattoni per il Faraone.

Senza posate, perché in quel tempo si desinava con le mani usando pollice indice e medio ( i Romani introdussero poi dei ditali d’argento per i cibi roventi,) allineare i concavi piatti d’onice a base esagonale conformi al sacro catino di Cristo conservato nella cattedrale di San Lorenzo a Genova e dei minuti “lavadita” di lucente peltro, acquistati a un mercatino dei fallimenti ciociaro, che ricordano quelli del Cenacolo Da Vinci.

“E i tovaglioli?” sentirsi apostrofare (apostolare) dall’amico che impersonifica Giovanni  e che come tale avrebbe dovuto, insieme a Pietro, aiutarci in cucina ma d’altronde anche Giuda, secondo tradizione, avrebbe dovuto pagare il conto dell’ ultima cena e quasi certamente non lo farà, così rispondere che solo in un dipinto del Romanino (1542) sono presenti due tovaglioli sulle spalle degli apostoli quindi dovrà accontentarsi dell’acqua profumata nei lavadita oppure recarsi al beato indirizzo tanto decantato dall’Alberto Sordi nazionale.

Spezzando l’agnello con le mani e facendolo girare in un’atmosfera divenuta solenne suo malgrado ricordare che in alcuni quadri, tipo nel capolavoro fiammingo di Botus il Vecchio (1464) i piatti sono vuoti in quanto l’agnello sacrificale sarebbe stato Cristo stesso vista la tremenda sorte che l’attendeva ma anche la teoria del Vaticanofugo Ratzinger secondo cui Gesù celebrò l’ultima cena con gli Esseni che essendo notoriamente vegetariani non ammettevano alcun tipo di carne alla propria mensa.

Mentre i primi cori a preoccupante contenuto erotico inquinano la purezza del convivio da noi allestito e l’assenza di vino transustanzia la paranoia in potenziale violenza pensare a come sarebbe organizzare oggi l’ultima cena fra celiaci e vegani, fruttariani e islam-solidali mentre mogli e fidanzate degli apostoli si genuflettono sotto finti legionari dalle gote imporporate dagli estrogeni in un locale che sta al cenacolo come un privè di Briatore alla stalla della Natività.

 

(continua…)                        

Germano Innocenti

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