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Cronaca | mercoledì 13 settembre 2017, 15:15

Crollo dello sferisterio di Montezemolo, per i consulenti della difesa il risarcimento non compensava spese fuori contratto

Imputati per peculato e abuso d’ufficio ex presidente della Comunità montana e due funzionari

Il risarcimento di 600 mila euro non era diretto a compensare opere extracontrattuali ma serviva per coprire le spese dei lavori rimediali secondo l’impegno che la ditta appaltatrice aveva assunto per la ricostruzione del muro”. E’ quanto affermato dall’avvocato che fu incaricato dalla Comunità Montana per una consulenza all’indomani del cedimento del muro nel cantiere che avrebbe dovuto portare a compimento la costruzione dello sferisterio di Montezemolo, citato come consulente dall’avvocato Roberto Ponzio difensore degli imputati. Accusati di peculato e abuso d’ufficio sono G. R., G. F. e G. R., rispettivamente l’ex presidente, il responsabile dell’ufficio tecnico e il segretario dell’allora Comunità Montana Alto Tanaro, Cebano e Monregalese.

I lavori della struttura erano iniziati nel 2003 con i finanziamenti erogati da Unione Europea, Comunità Montana, Provincia, Fondazioni Crc e Crt e affidati alla società di costruzioni “Zoppi srl”. Nel 2006 crollò un muro alto 20 metri, che venne rimesso in sicurezza. Poco dopo, la “Zoppi” fu soggetta a procedura concorsuale. Quello che doveva diventare il più importante centro per ospitare i campionati di pallapugno non fu mai costruito.

Per il pm Pier Attilio Stea la cifra di 600 mila euro, stanziata dall’assicurazione a fronte della responsabilità di un progettista per ricostruire il muro, sarebbe stata destinata illegittimamente alla ditta appaltatrice da parte della Comunità Montana per risarcirla di spese per spese non previste nel contratto con cui era avvenuto l’affidamento dei lavori alla “Zoppi”.

Nel 2009 fu stipulata la transazione, ritenuta urgente da adottare perché c’era pericolo per le case che si trovavano sul luogo del disastro, girando la somma del risarcimento alla “Zoppi srl”: “In seguito la ditta appaltatrice, che all’epoca era solida, eseguì opere rimediali del valore di 577 mila euro, senza però completare i lavori”, ha continuato il legale. “Quella transazione fu senz’altro vantaggiosa perché permetteva di mettere in sicurezza il sito”. Il presidente della Comunità era diventato l’esecutore di questa transazione mentre il responsabile dell’ufficio tecnico e il segretario non furono coinvolti.

Nulla di illegale nella transazione neppure secondo il professor Sergio Foà, ordinario di diritto amministrativo all’Università di Torino, altro consulente della difesa. Motivo: si trattava di opere rimediali, ovvero varianti in sanatoria del contratto e pertanto obbligatorie, dettate anche dall’urgenza di provvedere. Era obbligo della stazione appaltante, la Comunità Montana, di consentirne l’esecuzione per perfezionare l’opera pubblica nell’interesse della comunità. In questo caso, i lavori erano stati affidati alla “Zoppi” con un contratto “di sponsorizzazione” non regolato dalla normativa sui pubblici appalti, ma dalla disciplina civilista

Il 20 dicembre si terrà la discussione del processo.



Monica BRuna

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