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Overcooking | sabato 13 gennaio 2018, 07:12

Liberté, fraternité, crudité!

“Il “Pomado” è un antipasto di nostra invenzione, si tratta di due gusci di avocado ripieni di pompelmo rosa tagliato a dadini e lasciato a macerare per mezz’ora con olive nere tritate, prezzemolo, cipolla, pepe e peperoncino. Pompelmo e avocado quindi “Pomado”.”

Sedere al “Raw Lunch” (Pasto crudo), ristorante crudista dalle pareti color gambo di sedano, fra professionisti in trasferta tristi come un assolo di ping-pong e coppie in crisi che cercano di riaccendere la passione lasciando che i nodi vengano al petting mentre il nostro amico, abituato al lancio degli affettati da un oste smanicato e al litro di rosso in coccio sbeccato, ha già finito una bottiglia di bianco vegano per dimenticare l’antipasto di rape ed ora fissa la proprietaria del locale (l’inconcepibile Carol Fiore) deporre sul nostro tavolo un “Pomado”.

“Il “Pomado” è un antipasto di nostra invenzione, si tratta di due gusci di avocado ripieni di pompelmo rosa tagliato a dadini e lasciato a macerare per mezz’ora con olive nere tritate, prezzemolo, cipolla, pepe e peperoncino. Pompelmo e avocado quindi “Pomado”.”

“Avete fatto una crasi.”

“No. Noi non ci serviamo mai degli ipermercati”.

“…”

Osservare l’ecosostenibile mole della donna, che nemmeno il kimono riesce a contenere, sparire nelle cucine dimenando un deretano sensuale come una vasectomia in assenza di gravità. E di anestesia.

“Continuo a non capire perché mi hai portato qui”.

“Di nuovo? Ma non sei stanco di antipasti della casa e fritti misti con le olive ascolane ancora mezze congelate? Di pizze al prosciutto crudo che inaugurano siccità artesiane e di carne alla brace domata da ciccioni sudati in grembiule bianco? Di tiramisù della nonna (morta) troppo liquidi e di créme caramel ibernate che scheggiano i molari?”

“No. Voglio anche le conche di rame appese alle pareti e i sottoli di salsicce. Tu scambi la tradizione per volgarità. E la sofisticazione per modernità. Questa gente si preoccupa troppo dell’origine di ciò che cucina. Anzi che non cucina. E quando sei troppo attento alle radici lasci marcire la frutta sui rami.”

Due porzioni di cannelloni crudisti sigillano la nostra conversazione esalando speziati aromi dal ripieno di anacardi e crema di peperoni, il tutto intriso di capperi, l’onnipresente succo di limone (antiruggine) e senape di Digione, mentre un cous cous crudista di cavolfiore chiude il girone dei primi, raggiando zucchine, carote, pomodorini, cipolla, sale, limone, mandorle, curry e olio di girasole spremuto a freddo.

Divorare tutto triplicando il vino mentre i figli di Carol Fiore, ribattezzati dal nostro amico ubriaco, Barba (il maschio col pizzetto) e Bietola (la femmina), ci guidano nelle cucine per una sorta di tour panoramico e lì allibire ai germogliatori in terra di Siena a quattro piani e ai frullatori metallizzati come Bentley, ai tagliaverdure che sembrano stazioni orbitanti in un puzzle 3D e agli estrattori simili a detonatori di Will il coyote: l’impressione generale è quella d’un happening de “Il Piccolo Chimico” in una palestra gay.

Tornare a tavola inappetenti come un uomo che abbia appena visto la lastra del proprio apparato digerente e ivi trovare Carol Fiore (che sembra la sorella della Merkel nascosta in cantina) pronta ad illustrarci il nuovo piatto: “Bisogna mettere nel mixer dei semi di girasole e tre cucchiai di semi di lino, ne fuoriesce una farina grezza cui vanno aggiunti succo di carote, cipolla, prezzemolo, zucchine, peperoni, sedano e sale rosa. Ed ecco pronti i nostri Burger vegetali.”

Ruminare le polpettine bistrate con una malinconia per la maionese pari a quella d’un crociato in Terra Santa, menando colpi (coi crostini raw) al carpaccio di zucca butternut e funghi marinati, che sembra un villino residenziale della Florida cementificato a salsa di soia e succo d’agave.

Mentre il dessert (una polpa di avocado, datteri e asparagi frullati, sormontati da un sorbetto di lamponi bio, a sua volta infilzato da un lampone e un asparago ornamentali che sembrano la luna e la stella nella versione crudista della bandiera turca) atterra sul tavolo insieme a un conto come la farina (a doppio zero), cercare di plac(c)are il nostro amico che, con due litri e quattro grappe di moscato in un corpo già nuovamente affamato, sta puntando la cucina come un toro catalano l’effige del governo centrale di Madrid.

Lasciare i soldi sul tavolo sentendolo esclamare: “ *** euro? Ve la do io a’ cucina crudista! Prima ve brucio e poi ve investo!”

Il fuoco e la ruota: le più importanti invenzioni del genere umano.

 

Germano Innocenti

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