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Overmovie | 22 gennaio 2018, 07:03

Fra jumpscare e clichè “l’ultima chiave” di Insidious che non apre nessuna porta

“Insidious- l’ultima chiave” è un film rappresentativo dell’horror del nuovo millennio: visivamente accurato e pieno di riferimenti ai classici del genere

Fra jumpscare e clichè “l’ultima chiave” di Insidious che non apre nessuna porta

IL FILM

 

Per la regia di Adam Robitel (più conosciuto come attore che come regista) ”Insidious-l’ultima chiave”, quarto capitolo della saga iniziata nel 2010 da James Wan, che dal secondo episodio in poi si è limitato alla coproduzione, è prodotto da Oren Peli (Paranormal Activity) e da Jason Blum, deus ex machina della Bloomhouse productions, ed è distribuito in Italia dalla Warner bros.

Lo script (soggetto e sceneggiatura) è affidato a Leigh Whannell, creatore di “Saw” e attore nella parte di Specs, mentre le scenografie hanno la firma di Melanie Jones e le musiche sono come sempre affidate al pittoresco Joseph Bishara, che nel primo Insidious vestiva anche i panni del demone.

Un po’ sopra le righe Bruce Davison (“Le Streghe di Salem”) mentre Angus Sampson, coi suoi bizzarri tagli di capelli, è sempre efficace ma il vero ruolo di mattatrice spetta a Lin Shaye nella parte della sensitiva Elise, già incontrata nei precedenti episodi della saga.

“L’Ultima chiave” ha già bissato gli incassi di Insidious 3.

 

LA TRAMA

 

Il film si apre sull’infanzia di Elise (nel 1954 in New Mexico) con una madre sottomessa al marito, guardia carceraria nel vicino braccio della morte, che non tollera e punisce “il dono” di sua figlia, in grado sin da allora di vedere e comunicare con oscure presenze.

Con un salto di più di sessant’anni la donna viene ingaggiata, insieme agli inseparabili e pittoreschi Specs e Tucker, per indagare su una casa infestata ma al momento di accettare il caso realizza che l’abitazione è la stessa in cui è cresciuta e che ha abbandonato (lasciando anche un fratello più piccolo) dopo la morte della madre avvenuta in circostanze misteriose.

Farcita di jumpscare e flashback, questa “origin story” costringe Elise a fare i conti col proprio passato e con un’entità munita di chiavi in grado di nutrirsi dell’odio e della paura delle proprie vittime, successivamente trasformate in compiacenti marionette.

Un paio di colpi di scena impediscono allo spettatore di anticipare proprio tutto ma “l’ultima chiave” si esaurisce poi sull’inevitabile happy ending che introduce il telefonatissimo seguito.

 

LA VEGGENZA È FEMMINA

 

Come nella migliore tradizione horror la capacità di mettersi in contatto col mondo dei morti è prerogativa femminile e la bravissima, e baritonale (ascoltatela in lingua originale) Lin Shaye è una credibile medium che, a differenza di altre invasatissime colleghe, presenta un lato umano profondo e profondamente turbato. Il suo farsi strumento di forze invisibili non la rende un mero tramite e in questo film la volontà di sciogliere gli intricati nodi del proprio passato, confrontandosi col fratello e con le nipotine (una delle quali in possesso del suo stesso dono) permettono alla pellicola di non scivolare nel metafisico e all’attrice, sorella del produttore de “Il Signore degli Anelli”, di mostrare un’empatia tutt’altro che stucchevole.

L’intera saga di Insidious ha evidenziato finora una maggiore cura dei personaggi femminili e “L’ultima chiave” non fa eccezione.

D’altronde la veggenza è femmina, come il migliore misticismo.

 

“LEI È LA SENSITIVA, NOI I SENSORI”

 

Una sensitiva materna, a tratti fragile a tratti severa come un’educanda svizzera, ma sempre salomonicamente giusta, una coppia d’acchiappafantasmi vestiti da mormoni che sembrano i “blues brothers” dell’occulto, un camion immenso con un logo ipertrash e un’attrezzatura che sembra l’evoluzione immaginifica delle invenzioni di Data dei Goonies: ci sono tutti gli ingredienti per obliterare un marchio che sfama fan di tutto il mondo da quasi dieci anni.

Ma dietro i tormentoni e l’ironia studiata, i salti sulla sedia e i clichè viralmente riproposti, si annida lo steccato del genere che come una ragnatela impedisce ai personaggi di diventare qualcosa di più delle proprie action figure. La noia, per niente baudeleriana, si apposta nelle sequenze d’azione troppo lunghe e nel manicheismo, nell’omaggio (plagio?) all’It di King che si nutre delle paure delle sue vittime e che dovrà vedersela con l’inalatore di Eddie, divenuto poi acido muriatico; qui sarà un altro l’amuleto che servirà a confondere il demone ma la sensazione di camminare a ritroso sulla neve percorrendo orme già battute è tangibile.

 

L’ “ALTROVE”, LA CATABASI DI INSIDIOUS

 

Se c’è un merito che dobbiamo riconoscere alla saga di Insidious è quello di aver costruito un Altrove fatto di demoni di chiara ispirazione giapponese, con atmosfere anni Cinquanta mescolate a simboli psicoanalitici (porte rosse, chiavi) e dei fantasmi che, come nella migliore tradizione orientale, vivono in un limbo d’inquietudine cercando una porta che li liberi dalle atrocità subite in vita.

La catabasi di Elise, che discende agli Inferi col proprio corpo astrale, diviene un modo per dar pace agli spiriti ma anche un viaggio iniziatico verso il proprio passato, tutt’altro che sereno.

In questo film imperfetto, che delizierà il palato dei seguaci e lascerà perplessi gli horrorofili di vecchia generazione, c’è tuttavia una delle scene più angoscianti mai realizzate negli ultimi anni: la ragazza bloccata a terra col petto che sussulta per il dolore e la paura mentre sullo sfondo della cantina, seminascosto dall’oscurità, un demone dall’imprecisata anatomia si erge cominciando a strisciare penosamente verso di lei che non ha la forza di fuggire.

La perfetta dimostrazione che il vero terrore non ha nulla a che vedere con l’adrenalina montante dei jumpscare.

 

CONCLUSIONI

 

“Insidious- l’ultima chiave” è un film rappresentativo dell’horror del nuovo millennio: visivamente accurato e pieno di riferimenti ai classici del genere, con personaggi riconoscibili e una discreta abilità registica ma con una trama scontata e priva di quella tensione sperimentale che altre pellicole (francesi e spagnole ad esempio) hanno avuto.

Se si ha un’idea di horror che coincide col brivido controllato degli sport estremi allora ci siamo ma se si sta cercando qualcosa di realmente destabilizzante allora è meglio limitarsi a saltare sulla poltrona di casa propria.

 

                                                

Germano Innocenti

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