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Overmovie | 29 gennaio 2018, 05:00

Tre manifesti: Cristo si è fermato a Ebbing, Missouri

Osannato alla 74° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, con 7 candidature agli oscar e già vincitore di 4 Golden Globes, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è scritto, diretto e coprodotto da Martin McDonagh

Tre manifesti: Cristo si è fermato a Ebbing, Missouri

FILM

Osannato alla 74° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, con 7 candidature agli oscar e già vincitore di 4 Golden Globes, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è scritto, diretto e coprodotto da Martin McDonagh (“In Bruges”; “7 Psicopatici”) che per questa sua terza fatica ha voluto Carter Burwell alle musiche (storico collaboratore dei fratelli Coen) e il fido Ben Davis alla fotografia.

Una Francis McDormand credibilissima nei coriacei panni della madre vendicativa è affiancata da un Woody Harrelson sempre più a suo agio nel ruolo del sardonico poliziotto del Sud (True Detective) mentre Sam Rockwell ci regala una delle sue migliori interpretazioni come agente bifolco e xenofobo. Da sottolineare il prezioso cameo del giovane Lucas Hedges, già visto in “Manchester by the sea”.

Il film, che sta riscuotendo unanimi consensi, è distribuito in Italia dalla 20th Century Fox.

 

TRAMA

 

In un Missouri fuori dal tempo e dallo spazio, Mildred Hayes (Francis McDormand), commessa in un negozio di souvenir, decide di far affiggere in una strada poco trafficata tre manifesti che denunciano l’incapacità delle locali forze di polizia nel trovare l’omicida di sua figlia, stuprata e bruciata viva quasi un anno prima.

La cittadinanza, sensibile alla sua tragedia ma anche affezionata al proprio sceriffo (W. Harrelson), si divide in due fazioni e, mentre il caso cresce d’eco anche grazie a un’intervista rilasciata dalla stessa Mildred, odio e razzismo divamperanno incendiando (anche letteralmente) le sorti della vicenda.

L’agente Jason Dixon crederà d’aver trovato una pista e la batterà per riscattarsi da un pessimo stato di servizio e da un licenziamento ottenuto pestando a sangue il responsabile della società affissioni ma la traccia si rivelerà ingannevole.

In un finale gioco delle parti, non innocenti e colpevoli ma solo diversi gradi di colpevolezza s’incontreranno su un livello seminale d’umanità abolendo ogni (pre)giudizio verso un epilogo sospeso come nella migliore tradizione dei gialli esistenzialisti.

 

L’IRONIA DI McDONAGH

 

“La polizia è troppo impegnata a torturare la gente di colore per risolvere un crimine vero” sospira Frances McDormand col volto segnato da rughe che non si preoccupa minimamente di nascondere. “Non ho detto torturare negri ma torturare gente di colore” si difende Dixon scivolando nel paradosso con un candore oserei dire “ariano”; in questi due esempi tutta l’ironia nera d’un regista d’origini irlandesi (ma vissuto a Londra) che si è inizialmente distinto come commediografo, affinando uno stile alla Beckett.

Ogni solennità viene smorzata da una dialettica surreale intrisa di parolacce e violenza stilizzata, il tutto condito da una musica a tratti grottesca e dai dialoghi che funzionano a perfezione.

Che McDonagh nasca tarantiniano è evidente sin dai suoi primi film ma qui egli non si limita al manierismo, ricreando invece la colpa universale di “Manchester by the sea” in un’atmosfera che richiama i migliori Coen, senza mai scadere nella retorica.

E ancora una volta è il Sud degli Stati Uniti  a diventare il megafono d’un’arretratezza sociale che incubata in un immobilismo culturale degno di capolavori come “La calda notte dell’ispettore Tibbs” o “il buio oltre la siepe”, deflagra in un odio razziale talmente aprioristico da diventare una comica macchietta.

 

IL BASTONE DI CÉLINE

 

Diceva Cèline che per trasportare il linguaggio parlato nello scritto bisogna imprimere alle parole una certa deformazione. Si tratta d’un trucco, d’una “sorpresina”, come la definiva lui: “È quello che accade a un bastone immerso nell’acqua; perché appaia dritto bisogna spezzarlo un pochettino prima di immergerlo […] lo stesso vale per il linguaggio […] bisogna torcere la lingua in puro ritmo, cadenza, parole.”

I personaggi di “Tre manifesti”hanno questo eloquio ipnotico che a ben pensarci non potrebbero mai avere nella vita reale, essendo tutti di umili origini, scarsa istruzione e mestieri tutt’altro che creativi, eppure McDonagh li “spezza” cinematograficamente, come il proverbiale bastone di Cèline, ed ecco che d’incanto l’artificio rende la finzione più reale del reale.

Staremmo ore a sentire lo sceriffo Willoughby punzecchiarsi con Mildred sotto i manifesti rossi con le scritte nere, sedotti dagli insulti caustici e dalle amare dissertazioni d’una donna che non ha più niente da perdere eppure quando l’uomo le tossirà sangue in faccia (si scoprirà che è malato) la sua angosciata preoccupazione sarà autentica come la voglia di riscatto di Dixon, in grado di allearsi con chi l’ha sfigurato, solo per dimostrare all’unico essere umano che ha creduto in lui d’avere la stoffa del detective.

 

“RAPED WHILE DYING”

 

“Stuprata mentre moriva” recita uno dei tre manifesti affissi da Mildred Hayes su dei pannelli inutilizzati dall’86 e la scelta d’un mezzo così maiuscolo e al tempo stesso vetusto, nell’era dei social e delle breaking news, riporta alla frase trascritta su un muro dal Daniel Black di Ken Loach: non solo un disperato grido di rivendicazione ma anche un modo per umanizzare una vicenda prima che i media e la liquida memoria dei cittadini (spettatori) la cancellino con un cenno di distratta disapprovazione.

Sotto questo punto di vista l’atto d’una madre disperata diviene un gesto politico che non infastidisce solo le istituzioni, direttamente chiamate in causa per inettitudine, ma la città stessa che è costretta a non dimenticare questa cicatrice della coscienza collettiva reagendo con curiosità e sollecitudine ma anche con falso pudore e ipocrisia piccolo-borghese.

Ebbing (città fittizia) diviene così la Dogville di McDonagh e cioè il teatro di posa d’un’integrazione fallita in cui un tragico episodio prima e una provocazione eclatante poi portano i suoi abitanti a fare i conti con le proprie colpe, immobili come l’afrore del Sud o il conservatorismo repubblicano.

 

CONCLUSIONI

 

Film universale che scaturisce da un pretesto letterario, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è una pellicola che mescola i generi con un’uniformità d’autore e che riesce, grazie a un’ironia tanto più efficace quanto artificiale, a farci amare i suoi personaggi (anche i più abietti) perché le loro colpe sono le nostre colpe, per quanto estremizzate, così come la loro debolezza somiglia alla nostra fragilità.

Sam Rockwell, nei panni dell’agente Jason Dixon, ci regala uno dei personaggi più intensi degli ultimi vent’anni, riassumendo in sé tutte le contraddizioni e i veleni ideologici dell’America di Trump, senza perdere tuttavia un brutale e quasi medioevale codice d’onore.

Se l’attributo principale della sensibilità etica è dare fastidio qui siamo di fronte a un manifesto. Anzi tre.

 

Germano Innocenti

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