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Attualità | venerdì 09 febbraio 2018, 07:30

Sara Grippo “corona” la sua scalata più importante: dalle Molinette, per lei, un nuovo rene

Dieci anni fa la diagnosi di glomerulonefrite autoimmune. Prima terapia, poi la dialisi. Tra un ricovero e l’altro, la scalata, una vera e propria medicina. Accanto a lei il compagno Stefano, climber atleta delle fiamme oro. Storia di una grinta impressionante, un esempio...

Sara Grippo

Esistono casi in cui ti ritrovi di fronte ad un foglio bianco, senza trovare le parole giuste per iniziare quello che, in gergo, viene definito un “pezzo”.

È esattamente quello che mi è successo, proprio ieri, quando, aperto Word sul mio pc, ho deciso di raccontare la storia di Sara Grippo. Sara, 34 anni, è originaria di Paesana, siamo in Val Po, anche se da tempo non vive più qui.

Sette giorni fa Sara ha vinto la sua battaglia, penso di non sbagliare nel definirla la più importante, contro la glomerulonefrite autoimmune, una patologia che, attraverso una serie di esami, ha scoperto di avere 10 anni fa.

Sara ci risponde al telefono mentre si trova ancora ricoverata alle “Molinette” di Torino.

Sono proprio le sue parole a trasmettere, tangibilmente anche attraverso gli auricolari dello smartphone, emozioni, sentimenti, sensazioni. Le stesse parole col quale continuerò questo racconto.

Dieci anni fa, dicevamo, la scoperta della malattia. “Ci sono voluti due mesi di ricovero per diagnosticarla. – racconta Sara – Da allora, i medici sono riusciti a tenerla a bada con una terapia farmacologica per cinque anni”.

Cinque anni di certo non facili. Una terapia da sedici pastiglie al giorno.

Poi, nel 2012, la malattia torna alla carica, più aggressiva di prima. “In pochi mesi mi ha bloccato i reni” ricorda Sara. Di qui, il percorso dell’emodialisi, la terapia fisica che si sostituisce alla funzionalità renale.

Tre sedute a settimana, da quattro ore l’una. “Quando sei in dialisi – le parole di Sara – non esiste Natale, non esiste domenica. È una terapia salvavita, devi andarci e stop”.

Non una passeggiata.

Nonostante tutto – ci confida Sara – ho sempre cercato di vivere la mia vita, facendo, nei limiti del possibile, tutto quello che potevo per avere una vita il più normale possibile, compatibilmente con la malattia”.

E qui entra in gioco la grande passione di Sara, la scalata: una vera e propria “medicina”, parallela alle cure quotidiane, “in grado di farmi star bene”.

Non ho mai smesso di scalare – racconta – pur con alti e bassi, dovuti in primis ai tanti ricoveri ai quali ho dovuto sottopormi in questi anni. Ho però sempre cercato di rialzarmi e di ripartire da zero, perché quando ti succedono queste cose riparti da zero”. #nevergiveup, per dirla con un hashtag, non a caso quello più utilizzato sul profilo Fb di Sara.

Un modo “per far sì che la mia vita, nonostante tutto, fosse piena di cose che mi piaceva fare”.

Una grinta impressionante, come quando, stai scalando un 7b e devi superare un tetto che ti richiedere movimenti agili, allenamento, forza, energia e coordinamento, per non cadere all’indietro.

Da pelle d’oca.

Una combattività che ha reso possibile anche un periodo di dialisi a domicilio, grazie alle cure del compagno Stefano Ghisolfi, climber 24enne torinese. “È diventato il mio infermiere personale. – mi dice Sara - Insieme abbiamo frequentato un corso di un mese per saper manovrare la macchina e per imparare a mettere gli aghi nel braccio”.

Così, grazie a “I-Rene” – così Sara ha ribattezzato l’apparecchio per l’emodialisi – si è aperta la possibilità – nei limiti - di allontanarsi dagli ospedali. Sara e Stefano si recano in Spagna a fine dicembre 2016, per poi ritornarci un anno dopo.

La dialisi “extraospedaliera” comporta però alcune difficoltà. Le sedute passano da tre a quattro per ogni settimana e “dovevo avere sempre Stefano accanto a me”. Un aspetto, quest’ultimo, che, aggiunto alle competizioni internazionali di “Ghiso” (il compagno, atleta delle Fiamme Oro della Polizia), rendeva complicata l’emodialisi a domicilio.

Ho deciso dunque di tornare in ospedale” prosegue Sara.

Poi, nella notte a cavallo tra giovedì e venerdì scorso, la chiamata: alle Molinette di Torino c’era un rene compatibile con quello di Sara. “Erano cinque anni che vivevo col telefono perennemente accesso, in attesa di quella telefonata”.

Mentre Sara e Stefano sono a letto, il cellulare inizia a squillare. Sara vede il numero di Torino, capisce subito di cosa si tratti.

Non ce l’ho fatta a rispondere – confessa – ho fatto rispondere Stefano. Ero troppo emozionata, mi sembrava un momento surreale”.

Di qui la corsa in ospedale, la preparazione per la sala operatoria, e l’intervento, dalle 3 di pomeriggio alle 8 di sera. Un’operazione riuscita: il nuovo rene ha acquistato subito funzionalità.

Ancora oggi, però – ci dice Sara – non riesco a capire dove sono e non riesco a credere che tutto ciò mi sia successo”.

La nostra telefonata sta per volgere al termine. Sara ci tiene a fare alcuni ringraziamenti.

Il primo a tutto lo staff dell’equipe dei trapianti di rene delle Molinette, al primario, professor Luigi Biancone ed alla dottoressa Marina Messina.

Ma la riconoscenza maggiore, quella che difficilmente si riesce a descrivere a parole, Sara la serba nei confronti del donatore e della sua famiglia.

Senza di loro – dice – e senza il loro dono di amore incondizionato nulla sarebbe stato possibile. Penso sia il gesto di amore più grande, poter dare la vita a persone che soffrono e far sì che queste persone possano rinascere”.

Sara è un fiume in piena. Un vortice di emozioni che difficilmente ti lascia indifferente.

Alla fine del racconto, le pongo un’ultima domanda.

Cosa ti senti di dire a chi si trova nella tua stessa situazione?

Di cercare di non mollare mai, di andare sempre avanti e di pensare al momento, non a cosa potrà succedere. Molto spesso – mi risponde Sara - pensiamo di avere problemi, ma sono solo mentali. La forza di volontà è motore che abbiamo, e che può far fare cose che non possiamo neanche immaginare, i limiti che ci poniamo noi. Non arrendersi mai e lottare diventa la tua benzina. Questa è la cosa fondamentale”.

Un vero esempio. Per tutti noi.

In bocca al lupo Sara!

Nicolò Bertola

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