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Al Direttore | 24 febbraio 2018, 11:37

Lettera di padre Massimo Miraglio da Haiti: "Dopo due mesi a casa sono ritornato a Jérémie con le batterie sicuramente più cariche di quando sono partito"

Riceviamo e pubblichiamo missiva del sacerdote camilliano originario di Borgo San Dalmazzo

Padre Massimo Miraglio in mezzo ai genitori Silvia e Carlo

Padre Massimo Miraglio in mezzo ai genitori Silvia e Carlo

Pubblichiamo integralmente la lettera di padre Massimo Miraglio, sacerdote camilliano originario di Borgo San Dalmazzo, in missione ad Haiti. A Jérémie sta realizzando un Ospedale per la Cura delle lesioni Cutanee. Lo avevamo incontrato a gennaio a casa dei suoi genitori. E' da poco ritornato ad Haiti e ci ha inviato questa missiva.

 

Da un paio di settimane ormai, sono ritornato a Jérémie dopo aver trascorso i mesi di dicembre e gennaio tra Torino e Borgo S. Dalmazzo. Un periodo a casa che è arrivato dopo quattro anni di lavoro in Haiti, a Jérémie; un tempo bellissimo che ho trascorso con la mia famiglia, incontrando vecchi e nuovi amici, i confratelli religiosi e diocesani, diverse comunità parrocchiali; ho partecipato a vari incontri organizzati dai Comuni, dalle Scuole, dalle Associazioni ed è stata così l’occasione per salutare tutti coloro che da tanti anni ed in mille modi sostengono il nostro servizio in terra haitiana.

Grazie di cuore a tutti coloro che si sono prodigati per far conoscere la nostra missione haitiana!

Ho vissuto momenti emozionanti nei quali ho potuto toccare con mano quanta generosità, quanta disponibilità ci sia nel cuore di molta gente malgrado il momento non sia facile e la crisi tocchi gravemente la nostra Provincia. Una crisi economica che sta intaccando sensibilmente il benessere acquisito, spesso con tanti sforzi, dalle generazioni che ci hanno preceduto, i nostri genitori, i nostri nonni, ma soprattutto una crisi che corrode i “pilastri”, i valori sui quali la nostra società è stata costruita. Una realtà quella della nostra Provincia che si è sempre contraddistinta per la sua laboriosità e creatività, per la centralità data alla famiglia, per il ruolo giocato dalle Parrocchie come spazio aperto a tutti di crescita e di formazione spirituale e umana, per il servizio generoso offerto dalle numerose forme di associazionismo e di volontariato presenti sul nostro territorio,… tutti elementi che hanno contribuito a creare una società aperta, benestante ma solidale e attenta ai bisogni dei più piccoli, dei più fragili, di coloro che fanno più fatica ad andare avanti.

Vedo, oggi, con un po’ di tristezza come la sgretolamento di questi “pilastri” stia frantumando la nostra società; è vero, la crisi ha portato via una parte del benessere materiale ma abbiamo pur sempre un tenore di vita che rimane comunque ancora alto, soprattutto se comparato con tante altre parti del mondo ma ciò che mi pare più grave è che cominciamo a perdere quel patrimonio umano che ci caratterizzava. Stiamo andando verso una società ripiegata su se stessa, troppo preoccupata di costruire muri finanziati dalla paura di perdere la nostra ricchezza, una società dove ci lamentiamo un pochino troppo invece di cercare di attingere alle nostre radici per ridare vigore e slancio alla nostra vita sociale. Gli enormi cambiamenti che ha subito il mondo in questi ultimi venti anni hanno avuto un forte impatto anche nella nostra piccola ed un po’ appartata Provincia, gli effetti della globalizzazione disordinata si sono fatti sentire ed hanno anche da noi creato squilibri, ingiustizie… nuove forme di povertà. Non penso però, ci si debba rassegnare davanti a questa deriva ed incrociare le braccia, accettando di vivere in una società dove non siano più i nostri valori (la libertà, la giustizia, la solidarietà, la compassione…) ad avere il primo posto ma il profitto, le ambizioni e l’egoismo di pochi, lo sfruttamento dei più deboli e dell’ambiente, il progresso tecnologico a tutti costi… E se, dal nostro piccolo angolo di mondo, non possiamo fare molto per cambiare i grandi sistemi possiamo invece fare molto per cambiare la realtà in cui viviamo ogni giorno, ognuno secondo il suo ruolo e le sue responsabilità: un buon amministratore, un educatore appassionato del suo lavoro, un sacerdote accogliente e sensibile alla causa dei più fragili, un imprenditore che si preoccupa del benessere dei suoi operai… possono contribuire a ri-dare un volto più umano al nostro territorio.

Se la globalizzazione disordinata produce frutti bacati in una realtà ancora ben organizzata come quella italiana immaginiamo quale disastro in una nazione come Haiti, uno degli Stati più poveri al mondo, dove ormai la parola d’ordine è diventata: “si salvi chi può”.

Dunque, dopo due mesi a casa sono ritornato in Haiti con le batterie sicuramente più cariche di quando sono partito, incoraggiato dalle tante belle esperienze che ho vissuto, dall’affetto ricevuto e dai tanti gesti di solidarietà; sono ritornato al lavoro, con i diversi progetti da portare avanti: la costruzione del centro sanitario lesioni cutanee “S. Camillo”, la riabilitazione di abitazioni rurali distrutte dall’uragano Matthew, la distribuzione di medicinali e altri generi di prima necessità alle famiglie più povere, i bambini in adozione a distanza. E’ bello ritornare tra la gente che cerco di servire da quasi quindici anni, ritrovare il sorriso dei bambini, le parole di bentornato della comunità, la gratitudine dei malati… tutto ciò mi permette di ripartire con slancio.

La priorità rimane la costruzione del centro sanitario sul quale ci stiamo impegnando da diversi anni, presto rifaremo il tetto spazzato via dall’uragano Matthews e nei prossimi mesi speriamo di poter mettere mano all’impianto elettrico e completare l’impianto idraulico grazie all’aiuto di collaboratori competenti e generosi, aspettiamo poi un volontario per mettere mano alla sistemazione del terreno circostante l’ospedale così come speriamo altre persone di buona volontà si uniranno nelle fasi successive del lavoro. Continueremo poi, a sostenere gli sforzi della comunità di Baisse Voldrogue, una località montana non lontana da Jérémie, nella ricostruzione di diverse abitazioni contadine distrutte da Matthews. Da anni poi, c’è l’impegno quasi quotidiano nella distribuzione gratuita di farmaci e generi di prima necessità a diverse famiglie povere. Un servizio importante perché aiuta molte famiglie nel momento drammatico della malattia a far fronte a spese che non sarebbero assolutamente in grado di sostenere, l’esperienza fruttuosa di questi anni ci ha avvicinato alla popolazione di Jérémie e ha creato molti legami. Infine, il piccolo gruppo di bambini/ragazzi in adozione a distanza che grazie all’aiuto delle famiglie italiane possono andare a scuola e crescere più sereni, una quindicina di bimbi/ragazzi che seguo da vicino ma che vedo ancora vivere in mezzo ad un vortice di difficoltà ma rimango fermo, con loro, nella speranza che tutta questa sofferenza un giorno possa finire.

p. Massimo Miraglio, camilliano



r.g.

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