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Overcooking | sabato 24 marzo 2018, 06:00

Pittura da mangiare: i mangiatori di patate di Vincent Van Gogh

“Dipingere la vita dei contadini è una cosa seria, e mi sentirei colpevole se non cercassi di creare dei quadri che destino pensieri seri per chi pensa seriamente all’arte e alla vita”. (Vincent Van Gog

Attraverso una cornice dorata (o ramata), come voleva lo stesso Vincent nelle sue lettere a Theo, entrare ne “i mangiatori di patate” guidati dal religioso silenzio del pasto contadino col caffè d’orzo che la vecchia versa con espressione remota in umili tazze e le stoviglie che frugano brani di tubero quasi più luminosi della lampada a gas che pende dal soffitto a travi.

Le ombre sono blu e noi sappiamo dell’esistenza d’un camino che riempie di fumo la stanza già troppo piccola, e quell’odore di legna verde misto al vapore delle patate ispessisce la croûte di colore fiammingo, cupo e fertile.

Sono fondi di caffè, bitume alla Goya, mucchi di torba e speziate profondità di tabacco, è carbone e legno di salice, testa di moro e miele di castagno, è il fustagno pungente degli abiti rurali che si riaccendono del bianco delle cuffie pronte a raccogliere nodi di capelli che imbrigliano la femminilità nella fatica.

Ci aggiriamo per l’angusta stanza che coniuga al pauperismo della stalla della natività la solennità del cenacolo e le pareti hanno lo spoglio misticismo della Storia perché le cinque figure (che rappresentano tre generazioni) sono lavoratori di Fine Ottocento ma il cibo che consumano ha la religiosa essenza dell’eternità.

A lungo il povero e immortale Vincent si è trascinato per le campagne di Nuenen pagando soggetti al lavoro che non avessero l’impostata eleganza dei modelli accademici, dipingendo tessitori e seminatori ma soprattutto volti di contadini forgiati nel ferro dell’iperrealismo, con l’espressione pronta ad affiorare dai lineamenti duramente cesellati dalla vita.

Come per i tessitori della zona, che arrivavano a comporre l’eleganza del “Cheviot” assemblando fili e losanghe d’ogni colore, egli si è dannato con teste e mani, busti e nature morte, e il tutto è cupamente confluito nel pasto frugale de “i mangiatori di patate”.

“Ho cercato di sottolineare come questa gente che mangia patate al lume della lampada, ha zappato la terra con le stesse mani che ora protende nel piatto, e quindi parlo di lavoro manuale e di come essi si siano onestamente guadagnati il cibo” (V. Van Gogh).

Vederle quelle mani all’opera in un silenzio molestato dai dittonghi d’un idioma asciutto come le terre lavorate dal vento, mani ricavate dal legno grezzo con noci d’ossa a pennellate larghe, radici dissepolte con pelle color cuoio così diverse dalla nervosa sensibilità dei modelli di Schiele o dall’aggraziata levità delle colazioni impressioniste.

Non ci sono cristalli di rocca qui, né trasparenze di ceramica che scompongano la luce in lacrime d’argento, ci sono occhi sgranati da una fame millenaria in cui la lucentezza s’annida come un animale necessario, c’è la brutale impellenza d’una sazietà mai raggiunta e l’innocente ignoranza d’un immobilismo scavato nella pietra.

Poggiare le dita invisibili su queste fisionomie grottesche da cui la speranza è stata sradicata come una malerba, accarezzare l’ombra dei sorrisi sulle labbra troppo regolari e poi mangiare del loro stesso cibo, sentendo di rubarlo, questo poco cibo strappato alle giornate che si susseguono come nubi gravide di pioggia.

“Chi preferisce vedere i contadini col vestito della domenica faccia pure come vuole. Personalmente sono convinto che i risultati migliori si ottengano dipingendoli in tutta la loro rozzezza piuttosto che dando loro un aspetto convenzionalmente aggraziato.” (V. Van Gogh)

“Un quadro non dev’essere necessariamente profumato” dice sempre Vincent e “i mangiatori di patate” sa di concime e guano, vapori e pancetta, tepore animale e rigore morale, una sensualità monastica essuda dalle lattee carni priva del concetto stesso di piacere trasformando in amore la bidimensionalità del quadro.

Siamo lontani dal lirismo dei seminatori di Millet (chiusi nell’ostia liturgica del gesto simbolico), qui la religiosità di Vincent è la stessa del Dostoevskij  di “Povera Gente” e cioè lo spietato ritratto della fame senza parole, una bestia che sputa i suoi vagiti sul finale dell’Ottocento ma che dimenerà la sua esiziale coda per tutto il Novecento.

Ecco l’Espressionismo e quell’ “urlare senza voce” del nostro Ungaretti. La vecchia versa il caffè e la giovane donna fissa il marito assorto in pensieri di vile sussistenza ma noi ci sediamo affianco alla bambina che Van Gogh ha ritratto di spalle come per salvarla dal vuoto di quello spoglio desinare.

Questo quadro non è una celebrazione dell’arcaico mondo rurale ma una denuncia all’industrializzazione che toglieva lavoro e dignità ai braccianti disgregandone il tessuto sociale e precipitandoli in un’oscurità senza requie, laddove l’unica luce possibile restava non la caravaggesca luce divina ma l’oro stento del cibo faticato.

Avviciniamoci alla bambina dal volto ignoto e, sistemandole la cuffia, portiamo alle sue labbra rubizze non patate e sale ma l’inutile consolazione d’un poetico sorriso.

“Dipingere la vita dei contadini è una cosa seria, e mi sentirei colpevole se non cercassi di creare dei quadri che destino pensieri seri per chi pensa seriamente all’arte e alla vita”. (Vincent Van Gogh)

 

                                                                                      

Germano Innocenti

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