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In&Out | 22 aprile 2018, 07:50

La storia di Marta Olivero, cuneese tra i sorrisi tristi della Tanzania

"In Tanziana ho trovato una seconda famiglia fatta di volontari, di visi impolverati ma sorridenti. Insomma nonostante il volontariato è l'Africa ad avermi dato tanto, e non viceversa"

La storia di Marta Olivero, cuneese tra i sorrisi tristi della Tanzania

Sfido chiunque ci sia stato a dire il contrario: una delle prime cose che colpisce un occidentale bianco in Africa è il senso di totale minoranza.

Può sembrare un concetto "sbagliato", poco politicaly correct, ma in realtà non è che l'ammissione di un semplice dato di fatto. E può essere utile per avvicinarsi un po' alle persone di origine africana che vivono la stessa sensazione qui, da noi, anche nella nostra provincia Granda.

Anche Marta Olivero, per sua stessa ammissione, ha provato la stessa cosa nel primo dei suoi due viaggi in Tanzania assieme all'organizzazione solidale IOP Italia: con lei (cuneese, ovviamente) abbiamo fatto quattro chiacchiere.

- Ciao Marta. Raccontaci: da dove arriva la tua decisione di un'esperienza di volontariato in Africa?

Di voler partire per l'Africa ero convinta già da diverso tempo ma non l'avevo mai resa un qualcosa di concreto finché un giorno su Facebook ho visto l'appello di una mia amica: "Chi verrebbe con me Tanzania a luglio?". Le ho risposto subito e dopo nemmeno due mesi siamo partite. In generale, comunque, mi ha spinto la curiosità di conoscere una nuova cultura molto diversa dalla nostra, e di sperimentare un ambiente totalmente diverso.

- Sei stata due volte in Tanzania. Come descriveresti quella realtà?

La Tanzania è un paese molto povero ma per fortuna in pace: le poche attività commerciali si trovano lungo le due strade statali asfaltate e nelle poche città (come Dar Er Salam, Dodoma, Iringa, Morogoro). Sicuramente Zanzibar e i parchi naturali in cui effettuare safari sono una fonte di guadagno per lo stato, ma la situazione in generale è davvero difficile. Eppure tutti sorridono, anche se di un sorriso triste che nasconde un passato e un presente fatto di grandi difficoltà giornaliere.

È una realtà che, in media, è più concreta eppure molto legata ancora alle tradizioni. Durante il mio primo viaggio siamo stati una giornata in un villaggio masai, una realtà chiusa e tradizionalista, in cui gli stregoni hanno molta importanza, in cui praticano ancora l'infibulazione e nettamente patriarcale; anche il loro mondo sta cambiando, però: ormai i bambini vanno a scuola e alcuni hanno anche una famiglia occidentale che sponsorizza i loro studi. Insomma, per vivere bene la Tanzania bisogna partire senza nessun pregiudizio e senza barriere mentali.

- Come credi ti abbia aiutata nell'esperienza, se l'ha fatto, il tuo essere insegnante?

Mi ha aiutato a stare nelle loro scuole, vedere come insegnano, cercare di portare nuove tecniche didattiche senza l'ausilio della tecnologia. E soprattutto è stato sconvolgente capire come per loro andare a scuola sia un premio, proprio perché non tutti possono permetterselo.

- Parlaci un po' dell'associazione IOP.

IOP è la sigla di Ilula Orpham Program, associazione nata in Tanzania esattamente 20 anni fa grazie a Berit, una signora norvegese che ha fondato un orfanotrofio e, in questi 20 anni, tanti altri comitati sparsi per Europa e America che collaborano tra loro e con IOP Tanzania.

IOP Italia ha sede a Giaveno, vicino a Torino perché la nostra attuale presidente è di lì. Tutti i soci e i membri fanno altri lavori e quindi ci dedichiamo in tutto e per tutto a titolo gratuito, organizzando raccolte fondi, mercatini di Natale, concerti per sponsorizzare progetti a Ilula. Noi come comitato abbiamo deciso di intervenire sul territorio chiedendo anche alla popolazione locale di cosa hanno bisogno e nel 2015 abbiamo cominciato a costruire una cisterna per la raccolta dell'acqua per una scuola elementare di 1600 ragazzi.

Adesso siamo attivi per costruire dei bagni e abbiamo intrapreso un altro progetto per dare almeno un pasto al giorno in una scuola davvero poverissima. Inoltre è possibile pagare gli studi a un bambino, come faccio io, ed essere sicuri che i soldi vadano a lui perché ogni anno i volontari italiani vanno a trovarli a casa o a scuola e si informano della loro situazione scolastica e familiare, aggiornando la famiglia sponsor in Italia.

Potete seguirci su Facebook e Instangram alla pagina IOP Italia.

- Quanto e come pensi di essere cambiata, dal tuo ritorno?

Intanto questa esperienza mi fa ringraziare ogni giorno per quello che ho: una casa sicura, acqua, luce, istruzione, ospedali, sanità, possibilità pressoché infinite per il futuro. Poi mi ha reso consapevole di come nel mondo occidentale stiano sfuggendo di vista gli obiettivi davvero importanti, i valori come rispetto, fiducia, aiuto per il semplice gusto di aver dato una mano.

Ho il mal d'Africa? Si potrebbe dire di sì ed è davvero difficile da spiegare. Per me è un insieme di emozioni, odori, colori, valori, amicizie, esperienze di vita, di confronto, di crescita personale. L'Africa non è uguale a se stessa, contiene centinaia di culture e di situazioni differenti, e non è affatto per tutti.

In Tanziana ho trovato una seconda famiglia fatta di volontari, di visi impolverati ma sorridenti. Insomma nonostante il volontariato è l'Africa ad avermi dato tanto, e non viceversa.

 

s.g.

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