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Overcooking | sabato 28 aprile 2018, 05:00

Il mal di mele (terza parte)

A volte l’incidente è la maschera che indossa il Caso per recitare il Destino

“Come per incanto, sull’albero della conoscenza proibita cominciarono a spuntare le mele”

(Stewart Lee Allen, “Nel Giardino del Diavolo”)

A volte l’incidente è la maschera che indossa il Caso per recitare il Destino: ritrovarsi ai confini d’un bosco mistico con l’auto in panne e chiedere aiuto al melicultore Asmodeo che oltre a un ottimo strudel e a una sapida Lamb’s Wool (bevanda celtica a base di purea di mele e sidro) ci regala anche la sua storia personale.

“Eccolo!” Osservare le mani callose di Asmodeo estrarre da una scansia piena di alchemiche serpentine di sidro una bottiglia di Rum agricolo e sentire i nostri patetici occhi lubrificarsi di gratitudine. Vederlo soffiar via la polvere dal vetro e tossire ridendo.

“Come avrà intuito non ho ospiti da molto tempo”.

“Non si è perso niente. Gli ospiti sono solo dei moltiplicatori di noia. Ed ognuno è responsabile della propria noia.”

“Vabbè, comunque…santè!!”

Toccare il bicchiere del padrone di casa quindi sorseggiare il rum incuriositi da una stampa appesa alla parete.

“Cos’è quella?”

“Una crocifissione. Si tratta d’un’antica illustrazione, una riproduzione ovviamente.”

“Si…ma è diversa…c’è qualcosa che non va.”

“Lo spero bene”.

“Asmodeo vuole smetterla di fare l’enigmatico con me? La curiosità mi sta uccidendo.”

Sorridere fissando gli occhi dell’uomo brillare come biglie d’onice al passaggio d’un treno notturno.

“Si avvicini pure. Il Cristo raffigurato nella stampa, lugubre e scanalato come tutti i cristi nordici, è inchiodato a un melo e sul suo capo, al posto della didascalica iscrizione “INRI”, pende proprio una mela che se osserverà bene gronda succo sul volto benedetto. O maledetto, a seconda dei punti di vista.”

“Non capisco.” Vuotare il bicchiere lasciandosi cadere su una sedia.

“Le ho già detto del naufragio della mia relazione, no? Ebbene quando la donna che amavo mi lasciò, e lo fece tra la sera e la mattina, io rimasi chiuso per giorni in casa e l’unica cosa che avevo da mangiare erano delle mele che avevo colto per lei così mi misi a riflettere sul significato di questo frutto nelle Sacre Scritture. In realtà nella Bibbia, come anche lei ha osservato, non si parla di mele ma di fichi.”

“Potrei averne un altro po’? I fallimenti sentimentali mi mettono sempre sete. Soprattutto quando non sono i miei.”

“Si serva pure. Iniziai a fare delle ricerche, anche per tenere a bada il dolore dell’abbandono, e scoprii delle cose interessanti.”

“Il dolore è un ottimo carburante ma, come l’odio, brucia troppo in fretta.”

“Forse. In ogni caso le mie ricerche mi condussero ai tempi dell’Europa precristiana. Come saprà in quell’epoca il Vecchio Mondo era diviso in due, a nord delle Alpi vivevano solo tribù barbariche fra le quali i Celti che adoravano la mela e i cui sacerdoti (i druidi) usavano il sidro nelle cerimonie religiose. Essi chiamavano il proprio Paradiso Avalon. Sa cosa significa?”

“No ma ho come l’impressione di scoprirlo a breve.”

“Isola delle mele. I Celti associavano al frutto la saggezza irradiata dal sole, difatti il termine “abal” che significa mela, deriva da Apollo, il dio del sole. Nella saga nordica più famosa di sempre re Artù dormiva in Avalon in attesa della riscossa della sua nazione dopo la sconfitta di Roma e il mago Merlino ne “L’albero delle mele”, il suo poema più celebre, si auspicava la resurrezione della fede druidica contro la Chiesa Cattolica.”

“Mai sentito.”

“Naturalmente. Il poema fu scritto nel V secolo mentre, settecento anni dopo, nella versione cristiana dell’opera rivista da Goffredo di Monmouth, si parla d’un Merlino “preso da follia e con la bava alla bocca per aver mangiato le mele, frutti pieni di quei piaceri velenosi propri delle donne”. Ma torniamo all’Europa precristiana.”

“Sarà meglio perché sto facendo un po’ di confusione. Perché mai la Chiesa di Roma aveva così paura delle mele?”

“Dicevamo che il vecchio mondo precristiano era tagliato in due dal confine naturale delle Alpi. A nord i Celti, come visto, e a sud i popoli mediterranei che potevano disporre, grazie al clima mite, d’un altro frutto da venerare, perno dei riti pagani di Dioniso e dei cerimoniali cattolici: la vite”.

“Colgo l’occasione per rimboccare, vigliaccamente, il bicchiere.”

“Faccia pure. I popoli mediterranei fusero le loro credenze col Cristianesimo e formarono la Chiesa di Roma. I celti fecero lo stesso con la fede druidica e formarono la chiesa celtica. La rivalità fra le due compagini divampò istantaneamente.”

“Praticamente un derby.”

“Esatto. I monaci celti odiavano i sacerdoti romani e Santa Romana Chiesa condannò come eretici i riti celtici. E fu a quel punto che accadde.”

“Cosa?”

“Il frutto proibito prese le lucenti sembianze d’una mela. Il poeta romano Avito ne “La Caduta dell’Uomo” scritto nel 470 d.c., e cioè nel pieno del derby fra celti e romani, scrive:

 

“Una mela, tra quelle sull’albero fatale,

avvolta da odore soave, si propose

con sospiro insinuante, e si offrì ad Eva.”

 

Forse si tratta d’una casualità ma se si analizza la cosa sul piano semantico sembrerebbe proprio di no. Il termine usato da Avito per indicare la mela non è “malum” e cioè quello delle prime bibbie redatte in greco, che sta sia per “male” che per “frutto”, ma “pomum”, parola inventata dall’autore e ispirata alla dea pagana degli orti e dei giardini, e cioè Pomona.”

“Quindi diedero un nome di derivazione celtica alla mela per sottolinearne l’ereticità?”

“Si. Per i Celti la mela era un simbolo divino, per i Cristiani invece un’emanazione infernale.”

“Si Asmodeo. Ho capito. Ma la vera domanda è perché’”

“Perché il Cristianesimo temeva la diffusione della religione celtica il cui simbolo era la mela così la fece spuntare sull’albero della conoscenza proibita. Oggi una cosa del genere può far sorridere ma a quei tempi i simboli erano una faccenda seria. E il Novecento coi suoi totalitarismi ne ha rivendicato il fascino seduttivo.”

“E distruttivo.”

“La seduzione e la distruzione sono gli opposti lati della stessa medaglia. Ed io ne so qualcosa. Ora riguardiamo la stampa. Intorno all’ VIII secolo, dopo l’uscita del poema di Avito, nacquero delle bizzarre allegorie in cui si immaginava Cristo crocefisso ad un melo sotto una mela selvatica, simbolo della fede celtica, che sversava succo sul corpo del messia finchè questi non abbandonava l’albero sotto forma di spirito.”

“Sono sconvolto. La mela è un falso storico. Frutto (nell’etimo) della propaganda cattolica. Devo berci su.”

“A proposito di bere, nel XIV secolo alcuni studiosi islamici hanno tratto spunto da questa vicenda e indovini quale frutto hanno fatto spuntare sull’albero della conoscenza proibita?”

“L’uva?”

“Ovviamente.”

“Al posto del serpente hanno messo un maiale?”

“Ah ah, la sua blasfemia è sempre grottesca. Quindi inoffensiva.”

“Il rum sta per finire Asmodeo e lei, a parte questa dotta dissertazione, non ha finito di raccontarmi la sua storia. Perché è diventato un melicultore?”

Una smorfia di dolore sul volto ispido di barba.

“Tutta la religione, come l’amore, è una mistificazione fondata sul potere delle parole. “In principio era il Verbo” non è solo una bella frase perché il Dio della Genesi non si limita a creare ma dice ciò che crea, ecco perché io ho smesso di scrivere ed insegnare ed ecco perché la fine del mio amore per una donna profondamente devota alle Sacre Scritture mi ha portato al silenzio e alla coltivazione d’un frutto così ingiustamente frainteso. Io coltivo mele e la mia solitudine per protestare contro ogni sistema di potere che si fonda sull’equivoco concertato di parole che divengono nel tempo strumenti di controllo e di prevaricazione.”

“Ma l’amore cosa c’entra in tutto questo?”

“Chi ama dice il suo amore ed io non ho più parole per definirlo.”

“Amo la mia ragazza ma il suo amore/dovrebbe essere più universale./Basta una parola per descriverla/ma io non la conosco.”

“Chi è?”

“Emanuel Carnevali. Un poeta maledetto”

“Un altro che, come Rimbaud e come me, non sapeva più parlare”.

“Arrivederci Asmodeo, io devo andare. Conserverò questo incontro fra le invisibili pagine del libro dei sogni ed ogni volta che mangerò una mela la penserò ma c’è una cosa che ancora non mi è chiara, se mi è lecito dirlo…”

“Certo, dica pure.”

“Se lei odia le parole e non crede più né in Dio né nell’amore, perché ha profuso così tanto amore per spiegarmelo? Ci sono volute molte parole per sancirne l’inutilità. Arrivederci amico mio.”

Uscire nella sera tenera al cucchiaio mentre stelle cadenti e aerei confondono la grammatica del cielo e la gravità fa cadere una mela sulla testa di Isaac Newton. Ma siamo sicuri si trattasse proprio d’una mela?

Germano Innocenti

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