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Overcooking | sabato 05 maggio 2018, 06:00

Ei Food

Decidere di farsi un trip (advisor) in quel di Milano ed optare per una due giorni all’ “Ei Food”, albergo-ristorante di chiara vocazione letteraria, incuriositi dalle recensioni che ne sottolineano il rigore quasi bibliografico nella preparazione dei piatti ispirati a vicende storiche o ad opere della tradizione, italiana e non.

Ei Food

“ Ei fu

siccome immobile

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro…”

(A.Manzoni, “il 5Maggio”)

 Decidere di farsi un trip (advisor) in quel di Milano ed optare per una due giorni all’ “Ei Food”, albergo-ristorante di chiara vocazione letteraria, incuriositi dalle recensioni che ne sottolineano il rigore quasi bibliografico nella preparazione dei piatti ispirati a vicende storiche o ad opere della tradizione, italiana e non.

Curiosità rinfocolata dai sedici “pessimo” che definiscono i due gestori due “malati di mente totali” e “talmente incapaci di distinguere la realtà dalla finzione da far rivoltare il povero Basaglia nella tomba”.

Entrare all’ “Ei Food” in una morbida sera tardo primaverile e capirlo dalla riproduzione a grandezza naturale del Napoleone di David che si è scelto proprio il 5 Maggio per mettere alla prova la malata fantasia dei due proprietari; vederli raggiungerci a passo di marcia e vestiti da ussari, i baffi all’ingiù sulla calamita della bocca e le movenze da soldatini meccanici d’un orologio da campanile quindi prendere il menu e sedersi affianco a una bacheca di vetro infrangibile, simile in tutto e per tutto a un reliquiario, con dentro una scatola sigillata in ceralacca.

“Come il signore saprà oggi è il 5 Maggio e l’Ei Food non poteva non onorare l’immortale ode del Manzoni dedicata alla dipartita di Napoleone Bonaparte con un menu consonante coi gusti dell’imperatore còrso.”

“Trascorso.”

“Còrso.”

“Trascorso.”

“CÒRSO.” (Battito di stivali).

“Potrei intanto ordinare un po’ di vino?”

“Certamente. Le consiglierei un rosso Chambertain di Borgogna, il vino preferito da Nabulio.”

“Nabulio?”

“Era il nomignolo che i genitori, di origini toscane, avevano affibbiato al giovane Napoleone. Credo sia anche il nome d’un ristorante. Si parlava italiano in casa Bonaparte ma il futuro imperatore non era molto tenero con noi.”

“Non lo siamo neanche noi con noi stessi”.

“Prego?”

“Non importa. Vada per il vino. Purchè saldarlo non comporti l’esilio a Sant’Elena”.

“Non si preoccupi. Ha già scelto cosa mangiare?”

“Lei cosa mi consiglia?”

“Il piatto più amato dall’imperatore era il pollo alla Marengo. Per il resto può scegliere fra il menu di terra e quello di mare.”

“Vada per quello di mare”.

Vedere l’ussaro estrarre un bloc notes dagli stivali e radiografarne l’abbigliamento: i pantaloni rossi infilati negli stivali e la giacca con 18 alamari dorati, il cappello (shakò) con pennacchio piumato e la spada simile a una scimitarra turca.

“Non ha caldo?”

“Mai quando sono in servizio”.

“E la spada? Ci decollate le bottiglie di Champagne come fanno a Porto Cervo con la katana?”

“No. Noi vogliamo fare della Storia uno spettacolo e non il contrario.”

“Cosa nasconde negli stivali?”

“ È una sabretache, una tasca dove i soldati tenevano tabacco o piccoli beni personali. Io ci metto le ordinazioni.”

“Un’ultima domanda. Perché Napoleone odiava gli italiani?”

“Cito a memoria: “Non fategli dimenticare che io sono padrone di fare ciò che voglio, questo è necessario per tutti i popoli ma soprattutto per gli italiani che non obbediscono che alla voce del padrone.”

“Siamo sicuri che fosse còrso e non di Arcore?”

Vedere un sorriso spuntare sotto i baffi ad U rovesciata quindi mentre l’ussaro rientra in cucina iniziare a molestare il cestino del pane, gremito d’ogni ben d’Iddio, aspettando il vino che prontamente arriva, servito dal secondo ussaro, con una caraffa d’acqua.

“Io non ho ordinato acqua. Non ne ordino dalla caduta del muro di Berlino.”

“Napoleone beveva sempre vino annacquato perché reggeva male l’alcol e quando si ubriacava diventava cattivo.”

“Invece da sobrio era una pasta d’uomo. Forse è per questo che ha perso a Waterloo. Per ragioni semantiche.”

“…?”

“Water(low). Non importa. Il giorno in cui berrò vino annacquato sarà il giorno in cui prenderò i voti. Anzi i vuoti. Cosa mi portate ora?”

“Ostriche e zuppa di caciucco ma prima c’è un assaggio di salumi di Parma che fa parte d’un itinerario storico oltre che enogastronomico.”

“Gli facevano schifo gli italiani ma non le eccellenze italiane eh? Difatti rubò la Gioconda.”

“NO! MON DIEU!” (Tremendo battito di stivali mentre entrano altri clienti allarmati e confusi).

“Mi scusi. È una vita che combatto contro i luoghi comuni sul nostro imperatore.”

“Quell’aggettivo possessivo è preoccupante. A quali luoghi comuni fa riferimento?”

“Non era basso innanzitutto. Un metro e sessantotto era, per i tempi, un’altezza più che accettabile. Non rubò la Gioconda anche se fece razzia di molte opere d’arte italiane e soprattutto, sebbene superstizioso, non aveva paura dei gatti.”

“E la famosa mano nascosta nella giacca?”

“In molti pensano si trattasse d’un’ulcera gastrica tenuta a bada premendovi cautamente sopra con la mano. D’altronde l’imperatore non era un buongustaio e mangiava in dieci minuti, spesso in piedi, e obbligando gli altri commensali a sbrigarsi…”

“Anche uno dei Savoia faceva così e poi s’ingozzava in privato. Solo che non ricordo quale Emanuele fosse. Faccio sempre confusione, forse per la merda di piccione che ne ricopre i volti ossidati sulle statue equestri.”

“Diceva: “(l’ussaro indifferente al mio commento, come tutti gli ossessi e gli innamorati) Se volete mangiare bene mangiate col secondo console, se volete mangiare molto pranzate col terzo console, se volete mangiare in fretta e furia, mangiate con me.”

“Inevitabile che avesse la gastrite.”

“NO MON DIEU!!” (altro battito di stivali e sguardo preoccupato degli avventori).

“Il battito degli stivali fa parte del servizio? Rientra nella voce “pane e coperto”?”

“Forse Napoleone aveva la gastrite o forse no, non è questo il punto, di fatto la mano nel taschino era una posa tipica di chiunque si facesse un ritratto fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento ed io non capisco perché si diffondano tali leggende metropolitane che gli storici invece di smascherare incoraggiano col proprio silenzio.”

“Perchè la Storia senza il Mito è solo cronaca, travisata e postuma tra l’altro, ed ogni mito si costruisce su menzogne edibili e storielle da caserma. Bisogna impreziosire un’icona con dei particolari grotteschi che ce la rendano simile. Questo non ne diminuisce la grandezza ma la rende condivisibile. Perché sta sorridendo?”

“Perché pensavo a un dettaglio che potrebbe confermare la sua teoria: non si è chiesto perché i tavoli del ristorante siano così vicini nonostante l’ampio spazio disponibile?”

“In effetti…”

“Ed ha notato l’ampia selezione di pane nel cestino?”

“Idem come sopra…m’illumini mon general.”

“Non sono generale. Napoleone amava molto il pane e a fine pasto adorava fare la scarpetta. Spesso nell’altrui piatto.”

“Privilegi imperiali. Così voi avete avvicinato i tavoli per…”

“…per permettere ad ogni ospite di fare la scarpetta nel piatto del vicino rispettando una napoleonica usanza.”

“Come il cornetto nel cappuccino d’un altro nelle candid camera di Nanni Loi. La maleducazione sdoganata in vezzo consolare.”

“Ecco il carrello dei salumi.”

“L’usanza vale anche per loro? Posso pescare nel piatto del vicino?”

“A suo rischio e pericolo.”

 

(Continua…)                                                   

Germano Innocenti

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