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Overcooking | sabato 19 maggio 2018, 08:17

Pittura da mangiare: la fame impossibile di Chaim Soutine

Accettare l’invito a cena d’uno sconosciuto lettore può essere avventato ma acconsentire ad una benda sugli occhi postaci dal suo autista personale per difenderne la privacy,come in una spy story di serie b, rasenta l’autolesionismo.

Accettare l’invito a cena d’uno sconosciuto lettore può essere avventato ma acconsentire ad una benda sugli occhi postaci dal suo autista personale per difenderne la privacy,come in una spy story di serie b, rasenta l’autolesionismo.

Rinunciare a capire dove si sta andando alla terza curva e lasciarsi ninnare dalla cieca sinfonia del buio che ci cotona gli occhi.

Infine ascendere per un’eterna scalinata guidati dalla professionale gentilezza dello chauffeur che, fedele al suo ruolo di comprimario, non ha detto una sola parola dall’inizio del viaggio limitandosi a consegnarci il misterioso invito dello sconosciuto, quanto appassionato lettore.

Deposti su una poltrona di cuoio che scricchiola discretamente come ogni attributo di lusso ritrovare la vista di fronte a una tavola imbandita e a un canuto vecchietto dal sorriso bonario che si ferma alla parte inferiore del viso, sormontato da due occhi azzurri come una lama temprata dal gelido fuoco del totalitarismo.

“Benvenuto”.

“Grazie. Posso sapere con chi ho l’onore di conferire? L’invito, per quanto molto elegante, era anonimo.”

“Diciamo che sono un estimatore della sua rubrica.”

“Uno dei dieci?”

“Ecco l’ironia. La spezia più importante dei suoi articoli.”

“Lei non è italiano vero? Lo parla molto bene ma non riesce a nascondere uno strano accento…slavo?”

“Fuochino. In realtà russo.”

“Posso almeno sapere il suo nome prima di meritare la Siberia?”

“Ah Ah. Voglio farle vedere una cosa.”

Un battito di mani (curate ma affette da una grave forma di artrite) e l’autista-factotum entra con un quadro dalla cornice d’ottone.

“Lo riconosce?”

Case collassate ed alberi in agonia, un lacerto semiscongelato di cielo e due figure in primo piano appena abbozzate.

“Beh, non sono un critico d’arte ma la mano credo di riconoscerla visto che si tratta d’uno dei miei pittori preferiti. Direi…un Soutine?”

“Sapevo che non mi avrebbe deluso.” Di nuovo le mani, con nocche deformi come nodi di quercia. L’uomo indossa un completo di lana bianca ed ha i capelli così candidi che la riga centrale sembra una ferita cauterizzata. Ha un’età indefinita fra i settanta e i duecento anni.

“Non sarà mica un originale.”

“In effetti si. È uno dei suoi paesaggi, dipinto a Cagnes. I critici di nuova generazione preferiscono i ritratti ma per me Chaim ha dato il meglio di sé con paesaggi e nature morte.”

“Chaim. L’ha chiamato per nome. È un collezionista, un gallerista?”

“Voi italiani. Non riuscite proprio a sostenere una conversazione senza sapere con chi avete a che fare.”

“Forse. Ma nel mio caso non capisco cosa c’entri Soutine con la mia rubrica che si occupa, per quanto satiricamente, di cibo.”

“Tutto è cibo in Soutine.”

“Si. E Dio è in quanto è. Queste affermazioni ontologiche non significano niente perché significano tutto. E lo pretendono.”

“D’accordo. Le devo qualche spiegazione.”

“Esattamente. Non mi diverto a girare bendato. E poi lei come fa a sapere che amo Soutine?”

“Lei ricerca da anni il catalogo completo delle sue opere. Inutilmente. Ha partecipato a un paio di mostre sui “montparnos”, come venivano definiti i pittori di Montparnasse, fra cui il sopravvalutato livornese..”

“Si riferisce a Modigliani?”

“Si. Era solo un borioso innamorato di se stesso. L’unico suo merito fu di accorgersi del talento di Chaim prima di tutti. Sa cosa disse allo scultore Lipchitz in punto di morte?”

“Di dare l’acqua alle piante?”

“Ah Ah. No, disse: “Non si preoccupi per Soutine, le lascio un genio.”

“Signor…chiunque lei sia. Io amo divagare, altrimenti non scriverei, ma come fa a sapere delle mie ricerche su Soutine? Ha indagato su di me?”

“Indagare? Nella democrazia 3.0 non si indaga, si aprono finestre. Ogni individuo è ormai un palazzo fatto solo di finestre di vetro trasparente. E tutt’altro che infrangibile.”

“E la privacy? Violarla è un reato o mi sbaglio?”

“La sua ingenuità mi commuove. Nella società odierna è la privacy il vero reato.”

“Riecco l’ontologia. Io avrei fame. È un reato anche questo?”

“No. È un inizio.” Altro battito di mani. Sul tavolo (apparecchiato per tre) affianco alle braccia conserte dell’uomo, ci sono una tazza e una fede nuziale. Il solerte cameriere-autista entra con un portavivande e un altro quadro quindi versa del latte nella ciotola e un paio di patate lesse sul piatto del vecchio. Per me poche aringhe fumè su un letto di pane nero.

“Aspettiamo qualcuno?” chiedo mentre con fare teatrale il domestico disvela ai lati della tavola una natura morta con pesci. Una sontuosa natura morta con pesci.

“Il terzo coperto è puramente simbolico. Sa, sono stato anch’io un pittore ma non ho mai raggiunto i vertici di Chaim. Soprattutto da quando la malattia ha colpito le mie articolazioni impedendomi di tenere in mano il pennello.”

“Artrite?”

“Si. Ormai è come avere al posto delle dita delle fiale ricolme di vetri rotti che irradiano dolore. Ma non ho intenzione di annoiarla coi miei acciacchi. Il posto vuoto è in onore di mie moglie che mi ha abbandonato molti anni fa. Il più grosso dispiacere che mi ha regalato l’artrite, dopo quello di non poter dipingere, è quello di non poter più indossare la fede nuziale. Potrei appenderla al collo ma mi renderei ridicolo e alla mia età si teme il ridicolo più della morte.”

“Mi spiace per sua moglie.”

“Era una donna di rara bellezza. Fu lei ad incoraggiarmi a dipingere. Ma non si deve mai confondere l’adorazione col talento.”

“Perché il latte e le patate? Ha problemi di stomaco?”

“No, li aveva Chaim ed io lo celebro così. Soffriva di ulcere e gastriti che lo hanno accompagnato per tutta la vita fino a stroncarlo dopo un intervento chirurgico malriuscito. Oggi si curerebbe facilmente ma in quegli anni c’era la guerra e poi lui era ebreo.”

“Nella Francia occupata dai nazisti”.

“Esatto. Studiate ancora la Storia voi giovani?”

“Io si. Ma ho quarant’anni. E poi la Storia è sempre postuma. È come l’alibi d’un assassino. Inattaccabile e perfettamente falsa. Ma ora sono io a divagare.”

“Chaim beveva solo caffè o latte cagliato e mangiava patate lesse per tenere a bada il suo male anche se quell’alcolizzato di Amedeo lo coinvolgeva in storiche bevute che ne minavano pericolosamente la salute. Durante la guerra il latte cominciò a scarseggiare così la sua ulcera peggiorò. Il cibo è stata la vera ossessione di Soutine, da quando la madre gli preparava aringhe e pane nero e lui vendeva gli utensili da sarto del padre per comprare carta e matite da disegno, fino a quando avrebbe potuto permettersi di tutto ma il suo stomaco gli impediva di mangiare. Osservi quei pesci che si torcono disperatamente e mangi il piatto povero che Chaim doveva dividere con altri dieci fratelli a Smilovitchi, in Bielorussia. Quello non è un quadro ma una stimmate del Novecento, la rivolta d’un pittore contro la morte attraverso i colori. L’ossessione del cibo sempre insufficiente diviene pasta grezza che si sovrappone a strati sulla tela in modo organico. Elie Faurie scrisse: “carne più vera della carne”. De Kooning parlava di carnalità del colore e di profondità della materia…”

“Mi scusi…”

“Persino i paesaggi sembrano anatomie rivoltate, frattaglie vivacissime che si offrono all’occhio vorace dell’osservatore.”

“Cosa vuole precisamente da me?”

“Voglio che lei restituisca a Soutine la fame che merita.”

“Forse voleva dire fama”.

“No. Io so sempre quello che dico e dico sempre quello che so. Lei deve assaggiare i quadri di Chaim e raccontarne al mondo i sapori. Deve descrivere la tensione alla sazietà che ne animò l’esistenza, la sua fame impossibile.”

“E quando l’impossibile diviene indispensabile s’inaugura il tragico”.

Altro battito di mani. Una nuova portata subentra accompagnata da nuovi colori.

 

(continua…)                                                      

Germano Innocenti

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