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Overcooking | mercoledì 30 maggio 2018, 06:00

Pittura da mangiare: la fame impossibile di Chaim Soutine (parte seconda)

Recarsi a un blind date organizzato da un lettore ansioso di offrirci una cena in onore del suo, e nostro, pittore preferit

Pittura da mangiare: la fame impossibile di Chaim Soutine (parte seconda)

Recarsi a un blind date organizzato da un lettore ansioso di offrirci una cena in onore del suo, e nostro, pittore preferito: Chaim Soutine. Rispettandone le origini russe andarci bendati (“Mosca” cieca) e ritrovarsi di fronte a un candido vegliardo dalle mani devastate dall’artrite cogli occhi azzurri come una ghigliottina che ci illustra ogni portata in assonanza con le opere del suo nume tutelare.

Dopo aver mangiato un piatto di aringhe con pane nero, ovvero la pietanza principale (e forse l’unica) della numerosissima e povera famiglia di Soutine in Bielorussia, servirsi del pesce impiattato con una baguette e un luccio circondato da pomodori mentre il nostro anfitrione sorseggia una tazza di latte centellinando un paio di patate lesse.

“Non ha intenzione di servirsi?”

“Come le spiegavo Chaim era molestato da ulcere allo stomaco e gli unici alimenti che riusciva a tollerare erano quelli che ho di fronte a me in questo momento. Non  ho intenzione di offendere la sua memoria nutrendomi d’altro.”

“E perché a me è permesso?”

“Perché lei deve raccontare al mondo la “fame impossibile” di Chaim Soutine, ricorda?” Un sorriso e un battito di mani annunciano l’ingresso in sala dello chauffeur factotum con ben due quadri del pittore russo naturalizzato francese: una natura morta con pane e pesce e, ovviamente, un luccio tempestato di pomodorini.

“Non possono essere degli originali”.

“Se la fa stare più tranquillo posso dirle che sono delle copie…”

“Ora capisco il bendaggio.”

“Chaim era un pittore ossessivo e come tutti gli ossessi dipingeva in serie. Sono noti i suoi fattorini rossi o i magnifici pasticceri in bianco ma anche i temi ricorrenti trattati nei paesaggi: le case, i cipressi e le colline.”

“Lo era anche nelle nature morte?”

“Dal 1924 al 1928 abbandona i paesaggi e si concentra esclusivamente sui ritratti e sulle nature morte. Anche Cézanne e i cubisti s’interessavano molto a questo genere ma lui recupererà quelle fiamminghe del XVI secolo riprendendo soggetti come fiori, tavole imbandite e soprattutto pesci, pollame e bestie da macello. Non era interessato alle nature morte intellettualistiche col loro significato allegorico, lui voleva riprodurre in modo tangibile ciò che osservava.”

“Se ben ricordo non lavorava mai “a memoria” o su copie.”

“Ricorda bene. Quella era la specialità di Utrillo che amava dipingere soggetti tratti da cartoline o libri illustrati. Chaim voleva toccare la carne viva della sensazione.”

“Signor…chiunque lei sia, vuole spiegarmi una volta per tutte il legame fra cibo e pittura in Soutine? Non credo si esaurisca nella fame che il pittore subì da giovane o nei successivi problemi allo stomaco che ne condizionarono l’esistenza.”

“No. Anche se esiste un nesso fra malattia e arte. Basta pensare all’epilessia in Dostoevskij. È come se il dono di saper creare esiga dal creatore un prezzo di natura fisiologica che poi si trasfigura in patologia. Il punto è che non si può capire la portata rivoluzionaria dell’arte di Chaim Soutine se non si analizzano le sue radici ebraiche”.

Un altro battito di mani fa planare di fronte ai nostri occhi un piatto di pesce dal sapido odore e un olio raffigurante una splendida razza iridata che svetta su una teiera.

“C’è un passo nella precettistica ebraica che recita così: “non si deve fare scultura alcuna, né immagine delle cose che splendono su nel cielo, o sono sulla terra, o nelle acque sotto la terra.” Chaim fu l’unico, fra i pittori ebrei d’origine slava che raggiunsero Parigi, a lasciarsi alle spalle la tradizione bizantina negatrice d’ogni rappresentazione, umana e non. Tutti scelsero un’arte astratta o di matrice folcloristica, lui divenne invece un figurativo. Questa fu la sua prima rivolta.”

“Io l’ho sempre inquadrato nell’espressionismo.”

“No. Dell’espressionismo rifiutava l’impegno politico e la morbosità erotica.”

“Beh, è innegabile che fu un avanguardista.”

“No. Il suo essere moderno glielo impedì. Ecco perché non fu travolto dalla moda primitivista che contagiò Picasso e gli altri.”

“Fra cui Van Gogh.”

“Il caso di Van Gogh è particolare.”

“È palese che ci siano delle somiglianze fra Vincent e Chaim, non può negarlo.”

“Non nel colorismo. Nel colorismo solo Monet ha raggiunto la varietà cromatica del bielorusso ma nessuno ne ha eguagliato la vicinanza con la morte. Se vogliamo trovare delle somiglianze fra l’olandese e Chaim dobbiamo parlare di distorsione delle forme. In entrambi la linea retta è bandita.”

“Io ho sempre considerato Soutine l’Egon Schiele di Van Gogh. Come Schiele ha estremizzato la tecnica di Klimt  ai fini d’una pittura morbosamente cupa così Chaim ha bruciato i campi di grano di Vincent togliendo loro ogni traccia di sognante follia.”

“La Rochelle diceva che Chaim aveva il dono della pittura ma che questo dono gli aveva bruciato gli occhi e il cervello conducendolo verso il baratro d’un “soggettivismo esasperato”. “

“Drieu de la Rochelle? Quello di “Fuoco Fatuo”?”

“Si. Chaim inizia ad esistere dove finisce Van Gogh, dai corvi che fluttuano sui campi di grano. Quando la follia muta in patologia.”

“Quindi quali furono i suoi riferimenti?”

“Rembrandt su tutti. Una volta affrontò un lungo viaggio solo per ammirarne “La Sposa ebrea”. Ed è ovvio che il suo “bue squartato” è stato ripreso dal maestro fiammingo. Poi Corot, ma anche Courbet: “Il funerale a Ornans” era il suo quadro preferito in assoluto. El Greco per la ritrattistica ed alcune cose del Futurismo, basti pensare a quel genio incompreso di Boccioni, ma più di tutto Chaim non fu. Non fu un dadaista né un surrealista e l’accostamento che qualcuno ha fatto coi fauves è assolutamente fuori luogo visto che  loro erano pittori di superficie mentre lui penetrava le viscere del colore. E della vita. E poi non esiste pittore più differente da Chaim di Matisse.”

“Posso dire, prosaicamente, che questa razza è fenomenale?”

“Il quadro o il piatto?”

“C’è differenza?”

“Vedo che è entrato nel giusto spirito. Chaim si ispirò per questo dipinto alla razza di Chardin che Proust aveva commentato così: “[…] leggermente colorata di sangue rosso, di nervi blu e di muscoli bianchi, come la navata d’una cattedrale policroma.” Sembra quasi precorrere l’opera del bielorusso, vero?”

Un battito di mani (tremanti oltre che artritiche) consentono al factotum di sparecchiare la tavola e di portare via le due nature morte ittiche.

“Lei prima ha detto che diventare un figurativo rifiutando la precettistica ebraica negatrice di immagini, fu il primo atto di rivolta di Soutine. Quali furono gli altri?”

Un applauso consente la deposizione sulla tavola di pollo al pomodoro e tacchino con verdure mentre al lato delle pietanze si enucleano un “pollo e pomodori” del 1924 e un “tacchino giallo” appeso per le zampe d’un realismo quasi disturbante.

“Accusato di dedicarsi al disegno, attività proscritta per i già visti motivi, Chaim veniva rinchiuso per punizione in cantina o nel pollaio e lì presenziava involontariamente agli annuali riti di purificazione dove il purificatore sgozzava il pollame facendolo roteare sopra il capo dei penitenti. Una volta, assistendo a uno di questi rituali, disse: “ volli gridare ma la sua (del macellaio) espressione di gioia trattenne il mio grido in gola.”

“Ho capito. In queste nature morte egli vuole liberare il grido che allora non riuscì ad esprimere.”
“Si. È l’urlo di Munch e di tutte le vittime che il Novecento stava per mietere con le due guerre mondiali e i campi di sterminio.”

“Sono stanco di urlare senza voce…”

“Ungaretti. Studiate ancora la poesia voi giovani?”

“Io si, ma come le ho già detto ho quarant’anni. E poi la poesia non si studia né si progetta ma si tenta, come sosteneva Pavese.”

“Per Houellebecq  è un incarico.”

“Lei conosce Houellebecq?”

“L’ho incontrato qualche volta. È un notevole fotografo tra l’altro.”

“Lei non ha un nome ma ne conosce molti.”

“Elie Faure diceva che Chaim trovava la sua gioia sensuale nella carne già morta, nelle lacrime rosse che imperlavano lo strappo delle piume e che il pollame appeso per le zampe faceva pensare a una crocifissione liturgica. Ovviamente aveva ragione ma l’amore del bielorusso per la morte non si risolveva nella pornografica scansione dei principi di putrefazione. Egli non operava a vivo, come i nazisti, per ricercare la ghiandola pineale della pittura ma voleva rappresentare l’ambivalenza della bestia macellata fra cibo e vittima, simboleggiando quella intrinseca a ogni essere umano, vittima o carnefice a seconda delle circostanze, ma pur sempre carne della Storia. E per la Storia.”

“Argomento di scottante attualità, se pensa alla filosofia vegana.”

“Si ma anche eterno se sostituisce alla natura morta l’uomo. Chaim non ha mai dipinto soggetti religiosi in senso stretto eppure non vi è nulla di più religioso della pittura di Soutine.”

“Si, ma una religione rovesciata.”

“Esattamente. Ed ora veniamo alla sua ultima e più importante rivolta.”

Battito di mani.

 

(continua…)                                                  

Germano Innocenti

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