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Overcooking | sabato 09 giugno 2018, 09:40

Gange is dead

Decidere di andare a cena al ristorante indiano per esotismo, voglia d’una serata “speziale” o semplicemente per imitare quelle rock star che negli anni Novanta

Decidere di andare a cena al ristorante indiano per esotismo, voglia d’una serata “speziale” o semplicemente per imitare quelle rock star che negli anni Novanta, stanche di mietere miliardi in quattro quarti, si rifugiavano fra vacche sacre e santoni vagheggiando intervalli inferiori al mezzo tono. E la salmonellosi.

Approdare all’ “Indian Fast Food”, descritto da tripadvisor come un’oasi di ottimo cibo a prezzi convenienti ma in una location un po’ approssimativa e ritrovarsi in un incrocio fra la copertura d’una bisca clandestina e l’ambientazione d’un film di Ken Loach: tavoli di plastica di fronte a un bancone da rosticceria (vuoto) con tendine stile sexy shop che introducono la cucina e presumibilmente i servizi, cui negheremo fieramente la nostra epifania genitale per evitare di contrarre malattie da noi debellate almeno da un trentennio.

Dopo quattro colpi di tosse e altrettanti sbattimenti di scarpe stile ussaro passato in rassegna da Napoleone, veder comparire dalle retrovie un metro e cinquanta di camicia a quadri e pantaloni a vita alta con stempiatura inchiostro e sudore e vederlo consegnarci il menu sorridente come un novello Frankestein  di Bollywood.

Sulle pagine plastificate, che descrivono le pietanze con la stessa gioia d’una confessione resa  a Torquemada, ci sono più impronte digitali che nell’archivio della CIA (ma in olio d’oliva). Scegliere cosa mangiare euforici come la promessa sposa (allora minorenne) dell’uomo che ci sta fissando affascinante come Apu dei Simpson o uno dei suoi compaesani rapinati in slow motion su Real tv mentre ci accorgiamo che, sopra un’ignobile cerata, tovaglioli di carta e piatti di plastica muoiono di tristezza su un identico tovagliolo aperto a rombo.

Aspettare l’antipasto fissando l’unico elemento di decoro sulle mura altrimenti rose dal salnitro e cioè donne con ventagli su elefanti terrazzati stile Annibale che valica le Alpi ma il tutto in un tessuto talmente sintetico che se messo in lavatrice si trasformerebbe nella navicella di Alien.

Il ventilatore a pale, lento come una replica dell’ispettore Derrick di domenica pomeriggio, seppia la luce del ristorante in un video degli Abba o in un porno anni Settanta girato in Ungheria (ma col doppiaggio in rumeno) mentre noi assaggiamo una samosa di verdura e piselli affiancata da una pakura di gamberetti e da una di verdure con pastella di ceci, il tutto annaffiato da un vino bianco la cui qualità è inversamente proporzionale al gelo che ne brina i contorni, foriero di notturne coliti.

Due focaccie di farina bianca con latte lievitato e cotto al forno planano sul tavolo insieme a un matar pulau (riso basmati) di piselli e carote mentre Apu ci cambia il piatto di plastica con la solennità d’un sommelier che versi uno Chateau Lafite in un decanter e noi iniziamo a percepire il palato metallizzato dalle spezie.

L’ultima portata prevede bocconcini di pollo al curry, un “kabuli chana” (ceci in salsa speziata) e dei jheenga madras curry, degli infiammabili gamberetti cotti con farina di lenticchie e cumino che ci vengono serviti insieme a un tris di salse: menta, mango e curry e tamarindo.

Finire tutto questuando il conto con la lingua vulcanizzata dal cumino chiedendoci se l’improvviso gonfiore all’inguine sia motivo d’orgoglio o di futuri tamponi uretrali quindi riguadagnare l’auto domandandoci come si possa fare d’una simile alimentazione un uso quotidiano.

Dimostrando di possedere un volto molto simile a una parte del corpo che non si può dire infilare un orrido bar equamente diviso fra manovali col tic da slot e tardone pluriseparate cogli occhi liquidi da mastino napoletano quindi ordinare una doppia grappa d’amarone ( il cui uso quotidiano è invece fortemente consigliato dalle Asl di dovunque) e ritirarsi nei nostri appartamenti che il giorno seguente avranno l’odore della Piccadilly Line di Londra il lunedì mattina.

Germano Innocenti

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