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Sanità | 17 luglio 2018, 17:30

Sulle ambulanze dell’emergenza sanitaria del Piemonte un medico su tre è precario

Nasce il Campest 118 Piemonte, Comitato autonomo medici precari emergenza sanitaria territoriale. Obiettivo: smuovere la politica regionale affinchè, come successo sino al 2010, vengano concesse deroghe per la stabilizzazione dei contratti di lavoro

Immagine di repertorio

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Pochi sanno, perché non ne parla mai nessuno, che quando un utente piemontese chiama il 112 per un’emergenza sanitaria e vede arrivare al proprio domicilio un’ambulanza medicalizzata, in un caso su tre il medico che vi lavora a bordo è anch’egli un medico precario”.

È la denuncia del Campest Piemonte, il Comitato autonomo medici precari emergenza sanitaria territoriale del Piemonte, che in una nota diramata agli organi di stampa locali vuole portare l’attenzione sulla situazione dei medici che quotidianamente prestano servizio sulle ambulanze del servizio di emergenza sanitaria.

La presa di posizione giunge, di riflesso, dopo le dichiarazioni dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Antonio Saitta, che ha annunciato la stabilizzazione dei contratti di lavoro dei ricercatori precari dell’Istituto Zooprofilattico del Piemonte, in quanto “attori meritevoli della sanità piemontese”.

Da parte del Campest, nulla quaestio sulla decisione dell’assessorato regionale, definito un “Intento lodevole che va incontro ad un’esigenza sacrosanta”.

Siamo però di fronte a medici – continua il comunicato ufficiale - che, pur avendo conseguito l’idoneità ad operare su un mezzo di emergenza sanitaria, pur essendo dotato di competenze professionali di elevata specializzazione e pur svolgendo un lavoro di estrema delicatezza per l’utenza, viene tenuto a lavorare con contratti precari, che possono essere interrotti in qualsiasi momento e che vengono rinnovati all’‘infinito’, in alcuni casi anche da quasi dieci anni!”.

Un’impasse che sarebbe da ricondurre esclusivamente all’attestato del corso di Medicina generale, quello che, per intenderci, viene frequentato dai medici “di base”, i medici di famiglia.

I medici precari dell’emergenza sanitaria non possiedono questo requisito, che consentirebbe loro di aspirare al tempo indeterminato” sostiene il Comitato.

Ovviare al problema potrebbe sembrare semplice, iscrivendosi e partecipando ad un corso per medici di medicina generale. “Non è così – si legge nel documento – dal momento che il corso è precluso per legge proprio... ai medici dell’emergenza sanitaria!

Ecco quindi che ci ritroviamo in un limbo lavorativo: impiegati da anni sulle ambulanze, formati e cresciuti professionalmente in questo settore fondamentale per la vita dei cittadini, garantendo la copertura dei turni affinché il servizio all’utenza non venga interrotto ma, proprio per questo, non possiamo conseguire il titolo che ci consentirebbe di svolgere in maniera stabile il nostro lavoro!”.

Un gruppo di medici precari del Cuneese si è costituito in questi ultimi giorni nel Campest 118: “Cerchiamo di essere ascoltati dalla politica, che in realtà finora si è dimostrata sorda di fronte a questo problema”. Il Comitato potrà aumentare il proprio raggio d’azione, coinvolgendo altri colleghi nella stessa situazione, a livello regionale.

Cosa chiede il Campest 118? “Una sanatoria, sulla falsariga di quelle già concesse sino al 2010, che stabilizzi i contratti di lavoro. Oppure, quantomeno, di poter frequentare in sovrannumero il corso di Medicina Generale, così da ottenere l’agognato titolo per aspirare all’incarico a tempo indeterminato”.

I cittadini devono sapere – continua il comunicato – che questo ingiusto logorio contrattuale sta portando all’inesorabile abbandono da parte dei medici, formati nella dura scuola dell’emergenza sanitaria, di un settore tanto importante e delicato per l’intera collettività.

In Consiglio Regionale giace da illo tempore una mozione al riguardo, la cui discussione viene però rinviata di volta in volta”.

L’esortazione che viene fatta, in primis all’assessore Saitta, è che la politica regionale giunga, anche con una certa quale urgenza, “ad una soluzione di questo annoso problema, che sta ingiustamente penalizzando e mortificando un gruppo di medici, accomunati dalla missione di aiutare il prossimo nelle fasi più gravi, talvolta estreme, della vita.

Non chiediamo la luna – conclude la nota – ma solo di poter continuare a svolgere il nostro lavoro serenamente e soprattutto stabilmente, perché il timore è che alla fine a farne le spese siano, come sempre, i nostri pazienti, ossia i cittadini”.

Nicolò Bertola

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