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Cronaca | 25 agosto 2018, 11:00

Carrù piange il suo ultimo partigiano: addio a Giovanni Bracco

L'uomo si è spento venerdì 24 agosto all'età di 92 anni nella sua abitazione. Oggi pomeriggio, alle 16, i funerali

Carrù piange il suo ultimo partigiano: addio a Giovanni Bracco

Carrù perde il suo ultimo partigiano e, con lui, un importante tassello di storia locale e nazionale; venerdì 24 agosto, infatti, si è spento nella sua abitazione Giovanni Bracco, 92 anni.

L'uomo era nato l'11 ottobre 1925 e lascia il figlio Fabrizio con la moglie Emma, il nipote Andrea, le sorelle Emilia e Alma e il fratello Aldo.

Anche l'ANPI carrucese, sezione "Medaglia d'oro Felice Cenacchio" prende parte commossa al dolore dei familiari.

I funerali si terranno alle 16 di oggi, sabato 25 agosto, all'interno della chiesa parrocchiale di Carrù. 

Proponiamo di seguito il racconto della guerra e dell'inizio della vita partigiana di Giovanni Bracco, tratto dal libro di Paolo Canavese "1945 - Partigiano per un giorno, partigiano per la vita".

"Intorno al 20 agosto del 1943 ho ricevuto la cartolina di precetto, dove mi veniva ordinato di presentarmi al distretto militare di Cuneo. Io all'epoca, pur essendo studente, lavoravo all'ufficio delle imposte di Carrù. La chiamata era infatti destinata a tutti noi studenti, con esclusione di quelli di campagna. Ancora oggi mi domando il motivo e da chi partì l'ordine. Purtroppo non ricordo, in quanto la cartolina l'abbiamo consegnata al nostro arrivo al comando militare di Cuneo, prima di partire per la Francia. A cuneo ci siamo ritrovati tutti noi studenti della provincia, increduli e non coscienti del vero motivo di quella chiamata. La destinazione era la Francia meridionale, a ridosso della Costa Azzurra, con le funzioni di supporto all'esercito della quarta armata già presente sul territorio. I nostri compiti, chiaramente non militari, in quanto avevamo una divisa diversa con al braccio la sola fascia di riconoscimento della quarta armata e nulla più, erano di pulizia, lavanderia e cucina. 'Dovete sentirvi onorati di essere degli studenti che offrono le loro vacanze alla Patria': così ci era stato detto prima della partenza. Parecchi di noi purtroppo non hanno fatto più ritorno a casa".

"Arrivati sul posto ci rendiamo subito conto che la presenza di noi studenti è stata limitata solamente a quelli delle province di Cuneo e Imperia. La situazione degenera dopo una ventina di giorni, quando arriva l'8 settembre. Una data storica per l'Italia, per noi, una sensazione strana di guerra finita, una libertà non completamente cera, ma anche un disorientamento generale. Tutto questo inizialmente ci faceva sentire comunque felici. Avevamo il sentore che saremmo presto stati rimpatriati. Il 12 settembre, dal generale in carica viene ufficializzato lo scioglimento della quarta armata. Neppure il tempo di capire cosa stesse accadendo che veniamo fatti prigionieri. Neppure il tempo di darci alla macchia che ci costringono con le armi a seguirli nella città di Marsiglia".

"Molti di quei giovani non li ho più rivisti, alcuni erano miei conoscenti: si erano rifiutati di collaborare con i tedeschi. Ancora oggi non ne conosco la loro fine. Forse internati nei lager in Germania, ma chissà. Arrivati a Marsiglia sotto la minaccia delle armi veniamo accompagnati al porto e fatti salire sulle navi mercantili. Ricordo quel periodo bruttissimo: una condizione di vita disumana, molto dura, senza cibo per diverse ore del giorno. Il nostro compito, obbligati a vivere nel fondo delle stive dei mercantili, era di aiutare la gru che calava il suo vomere e spingerlo, con la sola forza fisica, contro il mucchio di ghiaia e sabbia che era stipato all'interno. Dieci, dodici ore di lavoro continuo, nella polvere, nel buio e nell'umidità della stiva. Quella situazione durò per molto tempo, fino a marzo del 1944. Da lì in poi ci siamo resi conto un po' tutti che sarebbe stata la nostra fine rimanere ancora nelle mani dei tedeschi. Quello stato di detenzione non sarebbe potuto continuare ancora per molto, previo la nostra vita. Così, con altri due amici di Carrù, Giuseppe Filippi e il mio omonimo cugino, organizziamo la fuga".

"Una decisione forte e rischiosa, ma che ci ha consentito di portare a casa la pelle. Tramite conoscenze e l'aiuto dei Maquisards (combattenti partigiani francesi, ndr) ci vengono date le dritte sui percorsi alternativi e sicuri per raggiungere l'Italia. Grazie a una guida francese, che ci ha accompagnato fino a Ventimiglia, alle sette del mattino oltrepassiamo la barriera. La via per il ritorno era ancora lunga, ma a piedi passando per i valichi raggiungiamo finalmente il nostro paese, Carrù. Arrivati a casa, in una condizione fisica disastrosa, scarni fino all'osso, subito abbiamo notato che la situazione era altrettanto difficile e pericolosa. Sono andato nel bar di proprietà dei miei genitori, bar 'Trieste'. Era pieno di tedeschi che bevevano e ridevano, tutti armati; allora sono scappato a casa, ma ho trovato l'identica situazione. Non mi restava a quel punto che fuggire nuovamente sulle colline dell'Alta Langa fino a un rifugio che mi era stato indicato nella frazione Surie, vicino a Murazzano. Lì, ho trovato altri giovani come me, tutti partigiani".

Alessandro Nidi

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