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Economia | venerdì 14 settembre 2018, 10:27

Molly’s game: il film vincente di Aaron Sorkin

Aaron Sorkin si è cimentato nella regia del suo primo film Molly’s game: un’opera originale, ipnotica e alquanto complessa.

Photo by MisterHP7 / CC BY-SA 4.0

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FILM

Dopo aver lasciato il segno nel concentrato mondo dei copioni cinematografici con la fortunata sceneggiatura di The Social Networkfilm del 2010 per la regia di David Fincher; e subito dopo aver duplicato i clamori firmando lo screenplay dello Steve Jobs di Boyle nel 2015, Aaron Sorkin si è cimentato nella regia del suo primo film Molly’s game: un’opera originale, ipnotica e alquanto complessa.

Genio multiforme abile nell’offrirsi in più vesti – da quella di commediografo, a sceneggiatore, a produttore televisivo, a quella di regista – la stella polare da cui Sorkin sembra esser guidato fin dagli esordi è il bisogno, rintracciabile sia in ciò che scrive che in ciò che filma, di portare alla luce qualcosa di invisibile, inscrivendo una nuova prospettiva entro cui sospendere il nostro sguardo.

È un po’ questo il gioco a cui Sorkin si dedica nella narrazione-visione della sua opera prima Molly’s game modellata sulle memorie della protagonista Molly Bloom, Molly's Game: From Hollywood's Elite to Wall Street's Billionaire Boys Club, My High-Stakes Adventure in the World of Underground Poker pubblicata nel 2014, raccontando una storia ormai nota in cui a interessarlo non è primariamente la forma o l’azione, ma l’aspetto più intimo di ciò che resta sotteso. Di ciò che solo l’allucinata frenesia del montaggio, calzante metafora della mania dell’oltre da cui l’intero film è percorso, può indicarci e suggerirci. 

 

TRAMA 

Nel 2004 Molly Bloom, ex sciatrice olimpionica del Colorado costretta ad abbandonare il mondo dello sport per un grave incidente, si trasferisce a Los Angeles.

Qui avrà inizio la paradossale parabola che da giovane studentessa di giurisprudenza ad Harvard trasformerà la donna nella tanto osannata ‟principessa del poker”. È un gioco fortuito quello che la condurrà al poker. Lo stesso favorevole gioco che una volta accolto e compreso, Molly attentamente tesserà per farsi largo in quell’impero apparentemente chiuso ed elitario dell’Hollywood che conta.

L’ascesa di Molly è veloce e vertiginosa e in breve tempo la donna si ritroverà, con la stessa dedizione e rigore impiegati nello sport qualche anno prima, a organizzare tornei di poker per giocatori esclusivi: celebrità del cinema, sportivi e azionisti vari. 

Il film, nel suo essere nel complesso molto tecnico e lucido anche sugli aspetti del poker, può già essere considerato una tra le pellicole più riuscite dedicate al mondo del gaming. E non a caso vanta un cast d’eccezione. Da una Jessica Chastain nei panni della Bloom eterea e magnetica come forse non si è mai vista, a un impeccabile e riluttante Idris Elba (reduce da una brillante interpretazione ne La torre nera) alle prese con la giustizia per la protagonista, a un Kevin Kostner intenso e ancor più espressivo che interpreta il padre di Molly, personaggio che Sorkin riveste di un’attenzione e di una luce tutta particolare.

 

OLTRE IL SENSAZIONALISMO

Scrutando il film oltre l’esteriore facciata di gossip e sensazionalismo con cui pare definirsi, scorgiamo in Sorkin  una regia inedita, sapiente e imprevedibile.

È uno sguardo che ha ben chiaro dove andare a parare il suo.

Ci tiene immobili nella sua stretta nel descrivere la bramosia di successo da cui la protagonista è incessantemente mossa, e allenta la presa per converso, quando il suo occhio ci guida implacabile negli anfratti più scuri in cui risiede il sottosuolo affettivo di Molly. Una donna che per quanto si sforzi di sfiorare l’apice del successo, si ritroverà sempre figlia e intimamente dipendente dalle sue incertezze.

 

CONCLUSIONI

È forse questo il vero gioco di Molly. Quel gioco che dipanandosi dalle più recondite fragilità che la assillano e la abitano, si diffonde alle sovrastrutture che la organizzano. È un gioco-schema di sottrazioni e ricompense quello a cui il regista ci prepara con grazia. Un gioco in cui anche i più invincibili possono divenire fallibili.  E in cui è assente qualsiasi intenzione di propinarci una lezione didattica su come vivere.

Sorkin intende spostare il fuoco sulla vulnerabilità dell’umano a cui tutti siamo soggetti. Su quanto le scelte che compiamo siano un ostinato tentativo di scoprire chi siamo e dove andiamo. E che è proprio avanzando nel rischio di mettersi in gioco che concorriamo realmente con il demone della sconfitta.

Ma non c’è un vinto, né vincitore. Non ci sono eroi, né eroine.

Nel film di Sorkin c’è solo una donna e il suo gioco.

Un gioco che nel bene e nel male riflette per intero l’articolato enigma della donna che lo anima.

 

 

 

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