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Ad occhi aperti | 22 settembre 2018, 17:15

Umani, troppo umani. E soli, molto soli - Sulla mia pelle

Andate a vedere “Sulla mia pelle”, oppure guardatelo comodamente in casa su Netflix. Perché è ora di capire che le pareti di un carcere non dividono due specie diverse di persone, i giusti e gli ingiusti; siamo sempre noi. Solo. Noi.

Umani, troppo umani. E soli, molto soli - Sulla mia pelle

“Sulla mia pelle” è un film del 2018 scritto da Lisa Nur Sultan e da Alessio Cremonini, e diretto dallo stesso Cremonini, prodotto da Netflix.

La pellicola, che ha aperto la sezione “Orizzonti” dell'ultimo Festival di Venezia con una commovente proiezione, racconta gli ultimi sette giorni di vita del geometra romano Stefano Cucchi dall'arresto alla morte per cause scientificamente ancora da chiarire con certezza assoluta.

Il caso di cui parliamo oggi, cari miei dieci lettori, è successo a centinaia di chilometri di distanza da noi. Ma, come spesso accade (fortunatamente), ci tocca da vicino lo stesso come se ciascuno di noi ne avesse fatto parte in prima persona.

Credo abbiate letto la sconcertante notizia. Carcere di Rebibbia, Roma, 2018: una detenuta 30enne di nazionalità tedesca ospitata nella sezione “nido” del reparto femminile ha ucciso i propri due figli (di cui uno neonato) lasciandoli cadere lungo la tromba delle scale del reparto. Il Ministro Bonafede ha rimosso immediatamente i vertici del reparto e negli ultimi giorni è stato contattato il padre dei due bambini perché possa dare o meno il proprio consenso in merito all'espianto degli organi dei due bambini.

Una storia terribile e tanto assurda e inspiegabile da sembrare totalmente finta, proveniente direttamente dalle pagine di un thriller. E invece reale, realissima, proprio come la vicenda ritratta in “Sulla mia pelle”.

Certo, i due episodi di per sé non hanno alcun legame. Differenti le vittime, le circostanze, la violenza. E nonostante questo sono simbolo di una verità che noi “onesti cittadini” ci sforziamo spesso di non vedere, un po' perché ne siamo lontani (o cerchiamo in ogni modo di esserlo) e un po' perché abbiamo bisogno di rimanere tranquilli.

“Sulla mia pelle” è un film non solo bellissimo, quasi miracoloso per l'incredibile capacità di rimanere costantemente in equilibrio al di sopra del baratro della spettacolarizzazione, ma anche necessario per la nostra società italiana odierna; un film che rappresenta un silenzioso, muto, urlo di disperata voglia di giustizia e comprensione, un grido conscio del fatto che giustizia e comprensione non abitano in questa storia. Un film in cui angoscia e solitudine regnano sovrane, e che ci mostra senza difficoltà quanto sia facile che arrivino a farlo.

Una storia che potrebbe essere la mia, la vostra, quella di un vostro amico, di un vostro parente. Perché sì, non tutti siamo tossicodipendenti (o madri in carcere, per quel che vale) ma tutti conosciamo e amiamo persone che sì, qualcosa che proprio non potrebbero fare l'hanno fatto o continuano a farlo. Sempre che quelle persone non siamo proprio noi stessi. Voglio dire, la madre omicida, subito dopo l'atto, ha sostenuto che in quel modo i suoi figli avevano raggiunto la libertà al di fuori del carcere... e sfido chiunque a ignorare la potenza di queste parole.

Andate a vedere “Sulla mia pelle”, oppure guardatelo comodamente in casa su Netflix. Non è importante il modo, fatelo. Perché è ora di capire che le pareti di un carcere non dividono due specie diverse di persone, i giusti e gli ingiusti; siamo sempre noi. Solo. Noi.

simone giraudi

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