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Economia | 07 ottobre 2018, 21:34

Dall'inflazione secondo Einaudi allo spread secondo Ghisolfi: dopo 74 anni, la nuova tassa (occulta) sui poveri

"L'aumento degli interessi sul debito pubblico penalizza chi ha bisogno di un prestito e favorisce chi ha tanti risparmi da depositare"

Dall'inflazione secondo Einaudi allo spread secondo Ghisolfi: dopo 74 anni, la nuova tassa (occulta) sui poveri

Lo spread? Una vera e propria "tassa sui poveri". Perché penalizza chi ha bisogno di richiedere un prestito alla propria banca, e se lo ritrova più caro e più difficile da ottenere, e viceversa favorisce chi ha molti risparmi da depositare laddove gli interessi sono saliti in alto. Proprio, appunto, per effetto del maggiore differenziale fra i titoli di Stato italiani e quelli degli "odiati" tedeschi con cui proprio in queste ore è in corso una nuova pesante crisi diplomatica.

La riflessione del Banchiere Europeo e giornalista Beppe Ghisolfi - impegnato nelle ultime turbolente settimane a spiegare nelle scuole, in TV e sui giornali gli effetti sociali diretti di questa parola inglese su famiglie e imprese in difficoltà - porta a conclusioni molto simili a quelle a cui, nel 1944, arrivò lo Statista ed economista cuneese Luigi Einaudi parlando dell'inflazione: "La peggiore delle imposte - la definì il Primo Presidente eletto della Repubblica e Ministro economico di De Gasperi nella ricostruzione post bellica Italiana - peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale".

Insomma, una "tassa occulta", non dichiarata ma pesante e, alla fine dei conti, pagata soprattutto dalle categorie economicamente più vulnerabili: fu molto chiaro lo Statista di Dogliani a proposito delle tendenze all'aumento dei prezzi. La stessa chiarezza, anche terminologica, con cui, 74 anni dopo, Ghisolfi definisce lo Spread, ossia l'aumento finale degli interessi sul nostro debito pubblico che - come Egli stesso scrive nel proprio più recente editoriale domenicale - "danneggia i poveri e arricchisce i ricchi, punisce chi ha bisogno di soldi e favorisce chi ne ha in eccesso". Dopo 74 anni, la schiettezza tutta sabauda e cuneese in economia colpisce ancora.

c.s.

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