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Politica | 13 ottobre 2018, 11:00

#controcorrente: ha ragione Carlin Petrini quando dice che bisogna ricostruire le comunità dei borghi abbandonati

Durante gli ultimi anni, nell’agroalimentare si è pensato solo all’export senza prestare la necessaria attenzione alle potenzialità del mercato interno. I territori collinari e quelli delle terre alte sono stati dimenticati dalle Istituzioni centrali. E alla crescente desertificazione sono sopravvissute solo le zone animate da eroici amministratori locali. Ma ora non basta più

Carlin Petrini, fondatore di Slow Food

Carlin Petrini, fondatore di Slow Food

L’export italiano, soprattutto quello agroalimentare, sta funzionando bene. E le produzioni della provincia di Cuneo, grazie alle tante eccellenze del territorio, sui mercati stranieri la fanno da padrone. Lo ha messo in luce il convegno organizzato dalla Fondazione Crc a Pollenzo lo scorso 1º ottobre.

Durante l’incontro, però, si è alzata una voce critica:  quella di Carlin Petrini, fondatore di Slow Food. Il suo intervento, ripreso dall’articolo pubblicato il 2 ottobre da Targatocn, ha evidenziato il punto dolente. Trascinato dalla passione che lo contraddistingue quando parla di un mondo che conosce molto bene, Petrini si è “scaldato” parecchio: “Non si può pensare di vendere il proprio prodotto nel mondo se, poi, non lo vendi a casa tua. In tanti nostri piccoli territori non esistono più le comunità. Non ci sono più le botteghe e le osterie, le chiese restano chiuse perché mancano i parroci. Un tempo i borghi erano vivi, adesso stanno diventando luoghi “fantasma”. Ormai si è abituati a pensare che innovazione significhi smanettare sul computer. Invece innovazione vuol dire creare in quei luoghi negozi multifunzionali che vendano i prodotti del territorio, diano il servizio postale, abbiano quattro tavoli per riunire le persone e magari la chiave per aprire la chiesa. E che vengano gestiti da giovani contenti di fare quel lavoro. I borghi senza una comunità viva, senza persone felici che si incontrano non hanno più un’anima. Si tratta di un tessuto sociale totalmente da ricostruire e rigenerare, perché non basta più produrre eccellenze e qualità”.

Nessuno degli altri importanti relatori istituzionali e delle tante persone presenti lo ha smentito. Qui, infatti, sta il punto. Un prodotto, specialmente agroalimentare, va destinato al mercato interno prima di esportarlo. Perché i consumatori più numerosi restano quelli del tuo Paese. Ma l’Italia deve confrontarsi con il problema di un’estensione troppo elevata delle zone collinari e di montagna. Territori, spesso, abbandonati. Certo non si può obbligare nessuno a ritornare a vivere o lavorare nelle terre alte o in quelle considerate, a torto, marginali. Tuttavia creare le condizioni e le opportunità perché questo possa avvenire è il nodo vero da sciogliere anche per far ripartire l’economia interna.

Se un borgo alpino ha un negozio in grado di offrire servizi - oltre alla vendita dei prodotti del territorio, non quelli importati dall’estero - può essere fondamentale - come sostiene Petrini - per ricostruire la comunità di un’area lasciata morire nei decenni passati. Un tessuto sociale rinato capace di portare turismo e altre persone ad abitarci. La collina e la montagna vanno aiutate a ripopolarsi e retribuite per le funzioni che svolgono a favore della pianura: parchi e ambiente certamente;  ma soprattutto presidio del territorio così da prevenire i disastri idrogeologici; la preziosa fornitura dell’acqua e del legname dei boschi, passando per quelle produzioni agricole di nicchia dal sapore straordinario.Le regole e la burocrazia pensate per la pianura sono folli per i piccoli imprenditori delle terre alte. A questi ultimi servono semplificazioni adattate alle loro realtà.

Durante gli anni l’Uncem (Unione Nazionale Comuni, Comunità ed Enti Montani)  ha lavorato molto per dare nuova linfa alle aree collinari e montane. Anche in Piemonte. Ottenendo, però, una piccola porzione di quanto richiesto. La Regione di recente ha promosso un bando, legato a due operazioni del Programma di Sviluppo Rurale, con una dotazione di 12 milioni di euro per sistemare le borgate montane. Però alla gara possono partecipare solo i Comuni per interventi di carattere pubblico. E per i privati che, presi da un coraggioso sussulto, avessero voluto insediare le attività o tornare ad abitare magari nei luoghi dove erano nati sono previsti zero euro. Invece, dovevano essere loro il pilastro della rivitalizzazione da aiutare.

Il cuore della montagna batte se ci sono persone che la montagna la frequentano. In questi anni le Istituzioni, soprattutto quelle centrali, l’hanno dimenticato. E alla crescente desertificazione sono sopravvissute solo le zone animate da eroici amministratori locali. Ma ora non basta più.    

#controcorrente

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