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Cronaca | 23 ottobre 2018, 18:30

Vinificazione fuori territorio: dopo il caso Pecchenino un altro barolista chiamato a risponderne in tribunale

Produttore con cantine a Rodello e Barolo a giudizio per falso e contraffazione. Lui si difende: “Fatto sempre tutto nel pieno rispetto delle regole, pronto ad andare a Bruxelles per dimostrarlo”

Vinificazione fuori territorio: dopo il caso Pecchenino un altro barolista chiamato a risponderne in tribunale

Dopo il caso che lo scorso anno investì l’allora presidente del Consorzio Barolo Barbaresco Orlando Pecchenino, convincendolo a rassegnare le dimissioni dall’ente di tutela, le porte di un tribunale si riapriranno per verificare i presupposti di una nuova presunta sofisticazione in commercio commessa da un barolista.

Il rilievo è il medesimo già sollevato allora al produttore doglianese, cui venne contestato non di aver prodotto una partita della celebre Dogc utilizzando Nebbiolo da Barolo prodotto al di fuori degli undici comuni previsti dal disciplinare, ma di averla vinificata servendosi di locali e attrezzature di una cantina posta fisicamente al di fuori dello stesso territorio.

Questa volta a dover dimostrare di aver rispettato una norma la cui ratio è stata più volte criticata in passato dagli stessi produttori (il dispositivo peraltro prevede diverse deroghe per alcune storiche cantine, attive da prima che il regolamento entrasse in vigore) sarà un vitivinicoltore di Rodello, l’azienda agricola Mario Giribaldi, cui la Procura di Asti contesta i reati di contraffazione di denominazione di origine e falso. Rilievi conseguenti a un’ispezione che i Nas di Alessandria compirono oltre un anno fa presso le sue cantine di Rodello e di via Monforte a Barolo, disponendo anche il sequestro di alcuni ettolitri di Barolo da annate comprese tra il 2013 e 2016. Lunedì 29 ottobre la prima udienza del procedimento.

Difeso dall’avvocato astigiano Aldo Mirate, Mario Giribaldi difende la correttezza del proprio operato, dicendosi “pronto ad andare anche fino a Bruxelles, se sarà il caso”, per provare l’infondatezza di quanto gli viene contestato.

“Produciamo Barolo da oltre un decennio e lo abbiamo sempre fatto servendoci della cantina allestita insieme a mio genero in via Monforte a Barolo – spiega il produttore, che con la sua azienda vitivinicola porta avanti una tradizione di famiglia avviata dal trisnonno –. Le uve arrivano invece da vigneti impiantati a Ravera e Cerviano Merli, in territorio di Novello, a un passo da Barolo. Abbiamo sempre seguito alla lettera quanto previsto dal disciplinare, come comprovato dai numerosi controlli cui sono state sempre sottoposte le nostre attività. Siamo stati sorpresi dal leggere il merito delle contestazioni, come anche dal fatto che abbiamo saputo del procedimento molto tempo dopo l’ispezione, nel corso della quale invece nulla ci fu eccepito. Vengono fatti rilievi per noi abbastanza curiosi, basati ad esempio sulla supposizione che l’acqua di cui disponiamo a Barolo non sarebbe sufficiente per il lavaggio delle ceste, o che la pigiatrice non avrebbe capacità sufficiente… . La verità è che il vino si trovava regolarmente nella nostra cantina di Barolo e che nel produrlo abbiamo seguito tutte le regole del caso, per cui sono determinato ad andare fino in fondo a questa vicenda affinché la verità possa emergere anche processualmente”.

Ezio Massucco

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