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Politica | venerdì 07 dicembre 2018, 07:24

Renziani in fuga dal Pd anche nel Cuneese?

La rinuncia di Minniti alla corsa per la segreteria pone interrogativi sul futuro di un partito che nella Granda, almeno per metà, faceva riferimento all’ex segretario e all’ex premier Matteo Renzi

Renziani in fuga dal Pd anche nel Cuneese?

Il barometro del Pd, anche all’ombra delle montagne cuneesi, segna bufera.

Il rischio di una nuova scissione, questa volta di ben altra portata rispetto a quella di LeU (Liberi e Uguali), i cui effetti (almeno nel Cuneese) erano stati contenuti, aleggia nell’aria.

Il ritiro di Marco Minniti, ex ministro degli Interni dalla corsa per la segreteria nazionale, dopo che Matteo Renzi, indicato come suo grande sponsor, ha detto di non essere interessato alle vicende congressuali del Pd, pone nuovi interrogativi sul futuro del partito, a Roma come a Cuneo.

Nella Granda le due anime, quella ex Pci, ex Pds, ex Ds e quella ex Dc, ex Ppi, ex Margherita, hanno convissuto per anni sotto uno stesso tetto, senza tuttavia mai amarsi troppo.

Nel settembre dello scorso anno, per scongiurare conflitti che si sarebbero ripercossi sulle loro posizioni in lista, i due parlamentari cuneesi Pd, Chiara Gribaudo e Mino Taricco, decisero di comune accordo di convergere per la segreteria provinciale sul nome di Flavio Manavella, vicepresidente della Provincia ed ex sindaco di Bagnolo. Si evitarono così spaccature congressuali che avrebbero ingenerato cattiva impressione nell’elettorato in vista delle prossime elezioni politiche del 4 marzo.

Ma appena quattro anni prima, nel novembre 2013, il congresso era stato quanto mai “battagliato”.

Da una parte il braidese Emanuele “Momo” Di Caro (ex Ds), dall’altra il saviglianese Gianpiero Piola (ex Margherita).

L’aveva spuntata Di Caro, che era stato riconfermato alla segreteria con il 57% dei consensi; Piola aveva ottenuto il 43%.

Un dato che aveva evidenziato come le due anime del Pd cuneese non fossero mai riuscite ad amalgamarsi realmente in un unico partito.

Il potere ottenuto nei Comuni maggiori della Granda, Cuneo, Alba, Bra, Savigliano, Fossano e Saluzzo, oltre che in Provincia, in Regione e al Governo nazionale avevano esercitato un valido collante per entrambe le componenti che si erano spartite salomonicamente la torta.

Ma nel frattempo la militanza continuava a calare e il partito, nonostante questo formidabile concentrato di potere ai vari livelli istituzionali, andava perdendo il radicamento con la base e i tradizionali ceti sociali di riferimento.

Nel 2013 gli iscritti al Pd nella Granda erano 839, oggi non è dato sapere quanti siano, ma ci vuol poco per immaginare che il numero è andato calando.

La spaccatura sul Referendum e la scissione di Liberi Uguali hanno fatto il resto.

Oggi, alla vigilia di un’altra tornata elettorale, il Pd, anche nel Cuneese, appare come stordito, incapace di reagire, a fronte di una Lega che la fa sempre più da padrona pur in quasi totale assenza di quadri dirigenti.

Le guerre per bande che hanno devastato il centrosinistra a Torino, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti, continuano imperterrite come se nulla fosse e si sono irradiate sul territorio.

Lunedì sera all’hotel Dama di Fossano, il senatore Mino Taricco, renziano della prima ora, unico cuneese ad aver preso parte alla seconda convention di Renzi alla Leopolda pochi mesi fa, ha riunito gli amici.

Ufficialmente per parlare del congresso regionale in cui lui e i suoi sono schierati con Mauro Marino, ma alcuni beneinformati asseriscono che nei conciliaboli riservati – pur con tutte le cautele del caso – si sia iniziato a parlare anche di una possibile exit strategy.

Giampaolo Testa

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