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Agricoltura | 14 dicembre 2018, 07:45

Sacchetto (Assortofrutta): “Perché l’Italia non può esportare l’ortofrutta in Cina e noi da quel Paese importiamo le mele?”

Il presidente dell’Associazione alla quale aderiscono le Organizzazioni di Produttori del Piemonte chiede al Governo di firmare degli accordi bilaterali con le nazioni dell'Asia e non solo. Anche perché l’embargo da parte della Russia sta già danneggiando in modo pesante il settore

Il presidente Sacchetto e una confezione di Mele Rosse Cuneo Igp

Il presidente Sacchetto e una confezione di Mele Rosse Cuneo Igp

La Cina è un mercato dalle potenzialità straordinarie per esportare i prodotti. Pure in campo agricolo. Nel settore ortofrutticolo, però, l’Italia si vede le porte chiuse dal Paese del Dragone in quanto non esistono intese bilaterali firmate in tal senso dalle due nazioni. Accordi che gli operatori del comparto stanno chiedendo a gran voce al ministro della Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Gian Marco Centinaio.

Solo una sostanziosa attività a livello politico, infatti, può essere la leva che consentirebbe alle nostre colture di non stare alla finestra rispetto alle nazioni dell’Asia. E su altri mercati del mondo. Servirebbe, dunque, un maggiore impegno del Governo per portare avanti i protocolli commerciali. Anche perché di recente la Spagna ha firmato quello con la Cina per l’uva da tavola. Così come Francia e Polonia l’hanno ratificato per le mele.

Qual è, nel concreto, la situazione? Lo abbiamo chiesto a Domenico Sacchetto, presidente di Assortofrutta Piemonte: l’Associazione alla quale aderiscono le Organizzazioni di Produttori della regione. “In realtà - risponde Sacchetto - sono anni che chiediamo ai Governi italiani, succedutisi nel tempo, non delle agevolazioni economiche ma proprio di sottoscrivere con tutti i Paesi del mondo, dove è possibile farlo, degli accordi bilaterali che ci aiuterebbero nell’esportazione dei nostri prodotti. Tra l’altro molto richiesti all’estero. Sarebbe un modo per dare degli sbocchi nuovi al comparto e per portare valore economico all’Italia. Anche perché continua ad esserci, dal 2014, il blocco totale da parte della Russia dell’importazione di frutta e verdura come risposta alle sanzioni Ue. Un provvedimento che ci sta penalizzando tantissimo sull’intera gamma produttiva del settore. Con alcuni picchi. Prendiamo le pesche ad esempio: in quel Paese esportavamo ben il 50%  di quanto coltivato”.

In passato per aiutare il comparto sulla questione embargo la Ue finanziava ai singoli Stati membri, in base al danno subito dalla mancata esportazione, i ritiri straordinari? “Da quest’anno non ci sono più. Anche questa decisione, che va a penalizzare, come sempre, i Paesi del Sud Europa, non è giusta. Pur non costituendo la soluzione migliore dava però un aiuto importante all’ortofrutta. E comunque i prodotti recuperati non finivano al macero, ma venivano distribuiti dagli Enti caritatevoli alle persone in difficoltà economica”.

Il discorso esportazione vale per l’Italia, ma soprattutto per il Piemonte e la provincia di Cuneo. “La produzione locale si è sempre indirizzata verso i mercati d’oltremare. Innanzitutto perché abbiamo disponibili quantità maggiori rispetto al consumo interno. E poi perché la nostra ortofrutta ha delle caratteristiche apprezzate, piace ed è molto resistente ai lungi tragitti. Se poi, come quest’anno, in Europa c’è un surplus di mele avere altri Paesi nei quali collocarle sarebbe una manna. Invece, rischiamo di non coprire i costi di produzione”.

Per i Governi italiani le vostre sono sempre rimaste parole inascoltate. Infatti. Non capiamo perché in Italia arrivano prodotti ortofrutticoli da tutte le nazioni del mondo -  proprio la Cina sono anni che vende le mele in Italia - e noi non possiamo esportare da loro le nostre produzioni. Tutto questo non è giusto e sta danneggiando in modo rilevante il comparto”.

Oltretutto i prodotti italiani sono molti controllati, ma di quelli in arrivo dall’estero si conosce poco. “E’ la questione che fa arrabbiare di più in quanto lo Stato applica regole diverse per i nostri prodotti e per quelli importati. L’ortofrutta italiana è super controllata, e siamo d’accordo che venga fatto, ma lo stesso dovrebbe avvenire per quella che giunge dall’estero. Al contrario, quest’ultima, spesso si porta dietro residui e non ha la stessa qualità e salubrità della nostra. Non si possono usare due pesi e due misure”.

I consumatori hanno un modo per difendersi? “Dico sempre loro: guardate che sulle confezioni ci sia scritto prodotto in Italia e non solo confezionato in Italia.    

Manca, comunque, una politica europea comune sull’export? “La Ue lascia ai Paesi membri la possibilità di accordarsi singolarmente con le altre nazioni. E vanno tutti in ordine sparso a seconda delle loro convenienze. La Francia è all’avanguardia su questo fronte e manda le produzioni ortofrutticole in almeno 6-7 Paesi che a noi sono vietati. E altre nazioni dell’Unione Europea lo fanno, come la Polonia entrata nella Ue ben dopo l’Italia. Su questo aspetto vorremmo le stesse opportunità di commercializzazione dei prodotti rispetto agli altri Paesi Ue nostri diretti concorrenti nella vendita. Perché la situazione sta diventando preoccupante”.      

Sergio Peirone

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