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Ad occhi aperti | 31 dicembre 2018, 15:29

La fine come rito di passaggio - 2001: A Space Odissey

Con lo scatto all’anno successivo il futuro si avvicina di un ulteriore passo, che per la propria sicura ineluttabilità è portatore tanto di incredibili inquietudini quanto di folgoranti meraviglie

La fine come rito di passaggio - 2001: A Space Odissey

“2001: A Space Odissey” (“2001: Odissea nello spazio”) è un film amglo-statunitense del 1968 scritto da Stanley Kubrick e Arthur Clarke a partire da un soggetto del secondo, diretto dal primo.

Considerata all’unanimità una delle pellicole migliori e più importanti della storia del cinema segue le vicende di una coppia di astrunauti inviata a seguire l’impulso inviato da un gigantesco monolite nero ritrovato sulla Luna; la missione, gestita dall’avanzatissima (fin troppo) intelligenza artificale Hal9000, li porterà non solo a grandi pericoli... ma anche, e soprattutto (nel caso di uno di loro), a trascendere la realtà per come la si conosce. 

Dopo lo “speciale di Natale , ecco un appuntamento extra anche per la fine dell’anno: tanti auguri, quindi, di un buon inizio 2019 a tutti voi, miei dieci lettori. 

Vi dirò la verità... e cioè che non ho mai provato troppa affezione per la festività di Capodanno. Non lo dico per sterile anticonformismo a tutti i costi, ma perché è così: non amo e non credo lo farò mai occasioni e luoghi in cui ci si debba divertire “per forza”, mi fanno sentire SEMPRE a disagio. 

Ma un po’ come apprezzo il Natale perché portatore del germe della speranza nell’inizio della sconfitta dell’inverno, così apprezzo la conclusione di un anno e la partenza di quello successivo per una sorta di ancestrale fascinazione rispetto a tutto ciò che è passaggio e cambiamento.

Con lo scatto all’anno successivo il futuro - o meglio, quello che ciascuno di noi è convinto essere il futuro - si avvicina di un ulteriore passo, che appunto per la propria sicura ineluttabilità è portatore tanto di incredibili inquietudini quanto di folgoranti meraviglie. 

Del doman, insomma, non v’è certezza. E questa è cosa buona e giusta. 

Come non v’è certezza - e se Dio vuole non vi sarà mai - sul significato reale di ciò che il maestro Kubrick abbia messo in scena nel suo (purtroppo discusso) capolavoro “2001: A Space Odissey”; la conclusione dell’avventura dei due astronauti, ovvero gli ultimi 10-15 minuti di pellicola, sono quanto di più lisergico, metaforico, simbolico e profondo fosse mai stato fatto prima del ‘68, allo stesso modo difficilmente eguagliato in tempi ben più recenti: l’epicità della trasformazione del protagonista in quel “bambino cosmico” che negli ultimi istanti si appresta a fare il proprio ritorno (o la sua prima comparsa?) sulla Terra è impossibile non rimanga fissata nella memoria degli spettatori. 

È l’incomprensibile meraviglia alla base non solo del genere fantascientifico ma anche della vita stessa e della ricerca continua dell’essere umano, della sua sete di risposte assolute e identitarie. La costante tensione al futuro, a un domani ogni secondo più prossimo. 

L’incertezza, l’incomprensione, il corto circuito tra passato e futuro e la loro sostanziale sublimazione in un eterno presente. Un conto alla rovescia che non arriverà mai alla fine.

Ancora auguri.

simone giraudi

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