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Cronaca | 09 gennaio 2019, 14:04

Continua il processo alla banda italo-cinese che avrebbe gestito “case di appuntamenti” nel cuneese e nel Nord Italia

Nell’udienza odierna le testimonianze riguardo ad alloggi nel Saluzzese dove si prostituivano ragazze cinesi

Il tribunale di Cuneo - foto di repertorio

Il tribunale di Cuneo - foto di repertorio

Continua il processo che si sta celebrando a Cuneo nei confronti di sei cittadini cinesi e quattro italiani accusati di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

L’operazione “Lussuria orientale” era partita a seguito di una segnalazione. Il 24 ottobre 2014 un uomo avvisava che a Cuneo in via Coppino c’era una casa di appuntamenti, spiegando di aver risposto ad un annuncio su un sito internet per prenotare dei massaggi, ma una volta arrivato presso l’appartamento aveva trovato ragazze che si prostituivano. Le indagini, coordinate dal pm Chiara Canepa, sviluppatesi con pedinamenti, accessi negli appartamenti e circa 15.000 intercettazioni telefoniche, erano durate otto mesi, e portarono all’arresto nel giugno 2015 di diciotto persone. Alcune di queste hanno già patteggiato le pene.

Secondo l’accusa gli imputati avrebbero gestito un giro di prostituzione che operava in appartamenti non solo in provincia di Cuneo, ma anche in altre città del Nord Italia, come Vicenza e Mantova, nei quali vi avrebbero lavorato una sessantina di ragazze arrivate dalla Cina.

Oggi le testimonianze degli operanti che indagarono ed entrarono in un alloggio di Manta nel Saluzzese. Dopo aver risposto ad un annuncio pubblicato su un sito web specializzato in incontri di meretricio, i carabinieri fingendosi clienti si erano presentati all’indirizzo indicato da una donna. Nell’appartamento trovarono Y.X.Q. la “donna capo” che li accompagnò da un’altra ragazza cinese vestita con abiti succinti. Nella stanza c’erano buttato a terra un materasso, preservativi e rotoli di carta igienica. I carabinieri trovarono anche alcune schede telefoniche che erano in uso a Y.X.Q..

Uno di coimputati che hanno patteggiato la pena, di nazionalità cinese, ha riconosciuto in foto Y.X.Q.: “Io la chiamavo Nanà. Mi aveva detto che teneva una casa di prostituzione a Manta”. L’uomo ha anche parlato di Z.Y.J. che offriva prestazioni sessuali presso un appartamento di Barge, gestito da due cinesi: “Era stata mia madre che gli aveva ceduto l’attività. Anche lei si prostituiva”.

L’udienza è stata rinviata a marzo per altri testi.

Monica Bruna

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