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Overcooking | 13 gennaio 2019, 12:13

Il basilico di San Pietro

Gli odori esistono per ricordarci che le ferite non rimarginano ma si rivestono.

Il basilico di San Pietro

“[…] m’era più dolce starmene in cucina/ tra le stoviglie a vividi colori:/ tu tacevi, tacevo, Signorina:/ godevo quel silenzio e quegli odori/ tanto per me consolatori/ di basilico d’aglio e di cedrina”.

(G. Gozzano)

“ A parte che er basilico c’incanta/ perché profuma mejo delle rose,/ cià certe doti medicamentose/ che in tanti mali so ‘na mano santa […]/ pè via de sti miracoli che ho detto,/ io c’ho na farmacia sur terrazzino,/ aperta giorno e notte in un vasetto.”

(Aldo Fabrizi)

 

Nulla rievoca la malinconia più degli odori.

Gli odori esistono per ricordarci che le ferite non rimarginano ma si rivestono.

Un trauma svissuto ricompare alla superficie dell’esistenza come il cadavere d’un suicida con le tasche piene di sassi.

Guidare verso il borgo natio con le tempie digito-premute dai postumi d’una sbronza ripensando all’erbario degli odori primari che abita la nostra mente: la violenza del rosmarino coi verticali ramoscelli di filo spinato che liberano in bocca una sapidità concentrata e profonda, l’alloro secco che sbriciola sulla lingua un friabile sapore di chiostri assolati, la salvia che addolcisce il palato d’ogni amarezza, l’odore del gelsomino che avvelena di candore le notti estive con la liquorosa epifania del suo talco e infine il basilico che pulisce l’anima da tutte le sue tossicità.

Ripensare al giardino pensile coi vasi di terra nutriti da fondi di caffè e gusci d’uovo sotto un sole meridionale dove da bambini si correva disperdendo piccioni e rincorrendo gatti che facevano capolino da piante di limone cogli aurei globi simili a palle natalizie mentre il mattino pigramente declinava verso il pranzo, gorgogliante in marmitte di pomodoro e coriandoli di pasta fatta in casa.

Proprio lì, negli interstizi d’ombra fra vele di panni stesi ad asciugare e grate di peperoncini a muro, sbirciata dalla solare fissità d’una lucertola, frusciava una piantina di basilico.

Aprire i finestrini per respirare la brezza del mattino e abbassare sinesteticamente lo stereo per meglio ossigenare i polmoni mentre la sagoma del paese s’intravede fra lane di nubi contro lo sfondo maiolicato del cielo.

Il basilico venne importato in Europa da Alessandro Magno nel IV secolo a.c. di ritorno da una campagna in India, e la leggenda che vi ruota intorno parla d’una giovane ragazza (Vrinda) cui venne assassinato lo sposo e che decise di farsi ardere viva sulla sua pira al punto che gli dei, commossi da tale gesto, tramutarono i suoi capelli bruciati in una pianta dal soave profumo chiamata “tulsi”, e cioè “basilico”.

Tutt’ora in molti tribunali indiani si presta giuramento su un ciuffo di basilico, come noi facciamo con la Bibbia, e milioni di devoti indù iniziano la loro giornata pregando in cerchio a una piantina di tulsi e addormentandosi la sera solo dopo avervi acceso sotto un lumino che rievoca il rogo sacrificale della giovane Vrinda.

Posteggiare alle pendici del paese e camminare fino ai luoghi della nostra infanzia osservandone i mutamenti morfologici, dalle strade ristrette o allargate fino alle nuove attività commerciali ma riconoscendo il familiare odore che trasmigra di generazione in generazione senza mutare mai; sotto irregolari poligoni di cielo azzurro delimitati da grondaie, ragne di vicoli diramano dalla piazza centrale con troppi bar mentre torpidamente i rintocchi del mezzogiorno si inseguono come bambini richiamati per il pranzo.

Chiudendo gli occhi risentirlo, annerito sulla croccante pizza romana o calcato nel mortaio di legno del pesto, disciolto in tortini di formaggio o decorativo in teglie di trote al forno, aggettante e costoluto come la pettorina d’un legionario: il basilico.

Nella versione occidentale della leggenda indù (raccontata in una novella del Decameron di Boccaccio) la giovane Lisabetta per non separarsi dall’amante morto ne mozza la testa e la seppellisce in una pianta di basilico che annaffia regolarmente con le sue lacrime fino a morire di dolore. Ne parla persino il poeta Keats nel poema “Isabella”:

 

Indi cresceva folta, e verde e bella

e più fragrante il lezzo che emanava

dalle sue parti, a ciuffi, di Firenze,

che dalla testa nutrimento avea

dell’amante, corrotta, agli occhi ascosa.

 

Avvicinarsi alla locanda-ristorante appartenuta ai propri nonni (ormai sfitta e in rovina) e sbirciare, attraverso il vetro opacizzato, i ricordi capovolti come sedie mentre l’ombra apre territori d’incubo ed echi di banchetti rimbombano nelle nostre orecchie come le risate registrate della gente morta nelle sit-com anni Settanta.

Esiste dunque un legame fra basilico e follia? Secondo la leggenda chiunque ne annusi l’incantevole aroma fa sorgere nella propria testa un basilisco mentre per i Romani il basilico sarebbe, al contrario, un antidoto al morso del mitologico serpente.

Sedere su uno scalino di marmo levigato a pochi passi dall’ingresso laterale del palazzo aspettando che qualcuno entri (o esca) e nel frattempo ripensare proprio al basilisco (“piccolo re”) generato da un uovo sferico deposto da un gallo anziano e covato da un serpente o un rospo per sette anni, in grado di uccidere o pietrificare col solo tocco o con l’odore che secca gli arbusti e corrompe l’aria. Grande appena venti centimetri esso poteva essere neutralizzato solo da un morso (mortale per lei) di donnola, dal biblico canto del gallo, da uno specchio (come per la Medusa) o … dal basilico.

Aspettare che un’ottuagenaria esca dal portoncino verde e fermarlo col piede avendo cura di non essere osservati quindi salire lentamente le scale travolti da una nostalgia panbrasiliana.

Secondo l’imperatrice Elena (madre dell’imperatore Costantino) che ne trovò una piantina sul luogo della crocifissione di Cristo il basilico era sacro ed ella ne favorì per tanto la diffusione in tutto l’impero.

Raggiungere il pianerottolo con la porta a vetri smerigliati anni Ottanta e farne saltare a spallate la serratura coprendo l’effrazione con un (cavernoso) colpo di tosse quindi irrompere nel giardino interno ormai infestato di erbacce puntando il retro della chiesa romanica di San Pietro che si adagia sul palazzo come il corpo d’un penitente dopo un lungo pellegrinaggio.

Un tempo questo luogo era caoticamente vivo, popolato da querule api, piante grasse e odori che nostro zio annaffiava a tubo fischiando con le rondini mentre l’aria si ingentiliva di petali d’oleandro: la scala a chiocciola in ferro battuto (ormai una doppia elica di ruggine) sfociava su un terrazzino con lavatrice e fili per stendere i panni ma a metà dei gradini sforacchiati si poteva ammirare, tramite una bifora dai vetri rotti, l’interno della chiesa dalla solenne prospettiva del Cristo.

Una tartaruga centenaria brucava lattuga e quartetti di felini suonavano i violini delle zampe con la lingua mentre le stagioni si alternavano in toni d’ocra sulla pietra nobile della chiesa.

Inginocchiarsi ai piedi della scala e vederlo, innaffiato di fresco dalla solerte (e parkinsoniana) mano di qualche vecchina di quartiere, il mitico basilico che ancora oggi qualche moglie stringe al pugno mentre brucia viva su una pira affianco alla salma del marito scivolando verso il tramonto sul Gange nell’immortale rito del “sati.

Strapparne otto foglioline per un serale “basil bloody mary” o “basito” (mojito al basilico) ricordandoci di insultarlo come vuole la tradizione che lo lega all’infernale possessione del basilisco quindi, dopo una sbirciatina alle navate deserte di San Pietro dall’aerea nuca del Cristo, riprendere la via di casa prima di essere denunciati per furto con scasso riflettendo sulla patetica sopravvivenza  di piantine e gatti di quartiere grazie alle invisibili cure di … e poi vederla, tra una mattonella divelta e una fontanella asciutta, la secolare tartaruga che avanza inumidendoci gli occhi di ricordi.

Sollevarla con delicatezza tastandone il ventre corrugato per determinare il sesso e farle mangiare due foglioline di tulsi ripensando a quando anni prima un serricultore siciliano in grado di coltivare una tipologia di basilico grande come foglie d’insalata ci insegnò un antico modo per valutare la fertilità d’un terreno e cioè infilarsi una manciata di terra in bocca e masticarla.

 

Germano Innocenti

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