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Sanità | 31 gennaio 2019, 15:45

La farmacologia non è “femmina”: tanti medicinali testati solo su uomini e gli effetti collaterali restano alle donne

La ricercatrice Silvia De Francia, una delle esperte in Italia di Farmacologia di Genere: “Una ricerca condotta soltanto sugli uomini restituisce una visione parziale in termini di sicurezza ed efficacia delle terapie. A parità di trattamento, nelle donne si riscontrano tossicità più gravi e più frequenti”

Silvia De Francia

Silvia De Francia

È femminile ma non è femmina.

Parliamo della farmacologia: la scienza che studia i farmaci e le loro caratteristiche di azione fisiologica e di applicazione terapeutica.

Forse non tutti sanno che la maggior parte dei farmaci, fino ai primi anni '90, veniva testata soltanto su individui di sesso maschile. Per la precisione uomini di età media, di razza caucasica, intorno ai 70 chilogrammi di peso.

Le donne, ad esclusione di patologie unicamente femminili, erano tagliate fuori dalla sperimentazione.

Ecco che nascono spontanee mille obiezioni: le donne sono mediamente più minute degli uomini. E poi hanno il ciclo mestruale, partoriscono, allattano, assumono contraccettivi per via orale, vanno in menopausa. E non solo. Secondo i dati dell'Istat, le donne vivono più a lungo, si ammalano di più, usano di più i servizi sanitari e consumano più farmaci, associandoli, per altro, più frequentemente.

Da un ragionamento banale, ma alquanto essenziale nasce la Farmacologia di Genere. La ricercatrice Silvia De Francia, farmacologa clinica, è una delle esperte in Italia nel settore. Vive a Rivoli Torinese, lavora all’Ospedale San Luigi di Orbassano e insegna Farmacologia al corso di laurea in Infermieristica a Cuneo.

“La partecipazione delle donne agli studi di sperimentazione dei farmaci è necessaria – spiega Silvia De Francia -: una ricerca condotta soltanto sugli uomini restituisce una visione parziale in termini di sicurezza ed efficacia delle terapie, riducendo l'utilità dei risultati ottenuti”.

A parlare sono i numeri. Secondo uno studio inglese condotto su circa 20 mila pazienti si è evidenziato come il 59% dei ricoveri ospedalieri per reazioni avverse a farmaci fosse di individui di sesso femminile (Pirmohamed, 2004). “A parità di trattamento, nelle donne si riscontrano tossicità più gravi e più frequenti”, commenta Silvia De Francia.

Eppure non sono gli effetti collaterali a preferire le donne. È tutta colpa di una scorretta metodologia operativa che ha visto escluso il sesso femminile dalle analisi sperimentali.

“I primi ad affrontare la tematica della Farmacologia di Genere sono stati i ricercatori statunitensi, mentre in Italia abbiamo cominciato a parlarne con oltre vent’anni di ritardo – commenta Silvia De Francia -. Finalmente, anche qui, per molte patologie si stanno cominciando ad arruolare pazienti di sesso femminile, ma molti dei farmaci oggi in vendita e di largo consumo sono quelli testati in passato soltanto sugli individui di sesso maschile. Così ecco che alcuni farmaci per l'ipertensione, nelle donne funzionano meno. Anche le statine, tanto impiegate per abbassare i livelli di colesterolo, hanno più effetto sugli uomini”.

Il motivo è economico e culturale. Avere un campione omogeneo e poco variabile semplifica l'analisi e riduce i costi. Ma non garantisce equità di cura.

“Un'analisi di genere su qualsiasi nuova molecola è necessaria – conclude Silvia De Francia -. Finché ciò non avverrà le donne continueranno ad essere relegate a trattamenti in parte approssimativi e, per certi versi, anche poco appropriati”.

cristina mazzariello

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