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Overcooking | 10 febbraio 2019, 12:31

C’era una vodka

A incastrare un bevitore incallito sono sempre due fattori: la paura e il senso di colpa

C’era una vodka

 

“Ma gli uomini non bevono per gli effetti  che l’alcool produce sul corpo. Quel che bevono serve per gli effetti che avrà sul cervello; e se poi deve proprio passare attraverso il corpo, tanto peggio per il corpo.”

(Jack London)

 

A incastrare un bevitore incallito sono sempre due fattori: la paura e il senso di colpa. Il senso di colpa rimanda la possibile redenzione a un futuro prossimo, d’altronde è un concetto cattolico e la salvezza non è di questo mondo, senza considerare che la confessione corrobora il peccato come un lancio di cubetti di ghiaccio un bicchiere di whiskey. Nessuno torna a peccare con la leggerezza d’un uomo fresco di confessione.

La paura invece ci guida al caldo e soffocante abbraccio delle istituzioni, essa non si fonda sull’assoluzione ma sul fioretto: se anche questa volta me la cavo giuro che non berrò mai più un goccio.

Ma Dio, da sublime sanzionatore e sornione bagnino d’ultime spiagge, sa a memoria il decalogo del vizio e come il più grande barman del mondo, ormai sazio di menzogne ed autodafé, usa il corpo contro di noi.

Entrare  in ambulatorio e aspettare due ore prima che un medico diverso da quello assegnatoci ci visiti in una stanza gelida come gel prostatico quindi dopo mezzora di palpeggiamenti e inquisitorie eziologiche proprio sentirla, la domanda feroce: “l’unica ipotesi rimasta che giustifichi il suo disturbo è un consumo massiccio e reiterato di alcool ma servirebbero anni di abusi quotidiani …”

Vedere il volto del giovane dottore (col cognome sulla targhetta che denuncia chiare origini meridionali) sollevarsi incuriosito dal nostro silenzio mentre noi, pieghevoli e kafkiani, cerchiamo di ridurre il nostro metro e novanta di colpevolezza etilica alle dimensioni d’una pallina antistress, quindi compitare un falsissimo: “ ultimamente ho un po’ esagerato.”

Non dirgli che pochi mesi prima, rientrati da un’incongrua serata sushi-rum, abbiamo rovinosamente impattato il piede contro la cornice in wengè del futon risvegliandoci il mattino seguente col mignolino sinistro in grado di torcersi a novanta gradi e di come tale indolore elasticità abbia divertito i praticanti del Pronto Soccorso che dopo averci annunciato l’iningessabilità della falangetta si sono dati a una pubblica dimostrazione della sua capacità basculante con la scusa di peritarne la gravità.

Non dirgli della proposta di nozze fatta alla madre neo-separata d’un nostro amico con tanto di location sulle Ande, eseguita saltellando su una gamba sola per dimostrare la nostra presunta sobrietà, e terminata con una rovinosa caduta ai suoi piedi e richiesta della di lei mano (per rialzarsi e non per convolare).

Non dirgli dei blackout e delle ispezioni postume ad automobili e cellulari, delle chiavi perse e delle broncopolmoniti sfiorate per cantare a torso nudo in pieno Inverno né della mappa ortopedica di lividi per cadute oblate o dei ritiri vitalizi di patente lambiti compiendo ambulanziali inversioni ad U in superstrada.

Ma soprattutto non dirgli, dopo un flirt con l’agave e una licenziosa relazione con la canna da zucchero, della passione sbocciata per una svedese alta trenta centimetri dal carattere trasparente e col retrogusto bruciante chiamata nazionalsocialisticamente: Vodka Absolut.

Uscire dall’ospedale con l’equivalente medico d’una cintura di castità alcolica iniziando il conto alla rovescia per il prossimo controllo ambulatoriale come Cristo la cena del Getsemani quindi rientrare a casa e “scaricare” la nostra fidanzata nel lavello udendola singhiozzare per l’assoluta trasparenza da sempre dimostrata: l’unico amore in grado di sedurci a quaranta gradi.

La nostra Odissea comincia in un pittoresco bar dall’insegna “Infusi di testa” dove un ragazzo talmente magro da sembrare fotocopiato ci serve una infusing water con limone biologico a spicchi, otto foglie di basilico e mirtilli istruendoci sulle proprietà energetiche e dimagranti di quest’acqua oligominerale lasciata in infusione a freddo per ore; priva di calorie e ricca di vitamine antiossidanti la nostra infusing water, che viene lasciata riposare in frigo per 6-8 ore e poi filtrata, regola l’ipotalamo e cioè la ghiandola che stabilisce la sensazione di fame e a volte per potenziarne l’effetto detox si arricchisce con un cucchiaino di fiori di lavanda.

“Com’è?” c’incalza l’inconsapevole gregario di “The Big Bang Theory” sbattendo le ciglia da cerbiatto sugli occhi umettati di glicerina.

“È stato come bere l’acqua del water più pulito del mondo” rispondere sorridendo come Jack Nicholson.

“Forse così andrà meglio”, vederlo affaccendarsi risentito su una caraffa da un litro e mezzo con tappo ermetico cui aggiunge cubetti di melone, menta, pesca e l’inevitabile limone.

“Questa è una infusing water detox con effetto antietà”, ci sillaba dimenando le clavicole sporgenti come alamari.

“Ha anche lo scorporo del proporzionale?”

“Spiritoso.”

“Ma un po’ di zenzero non ce lo mettiamo?”

“Mi sta prendendo in giro?”

“No. Sono solo informato. Dalla a allo zenzero.”

Bere la seconda infusing water della giornata e poi recarsi in bagno per orinare un intervallo di tempo lungo una guerra punica quindi dopo aver salutato il bar-man (molto man e poco bar) lasciare l’ “Infusi di Testa” con in bocca un sapore di saponetta e medicinale scaduto.

Mentre la nostra purgatoriale giornata vira in seppia declinare, insultati fino alla terza generazione dai nostri amici alcolisti, il classico aperitivo dei campioni (1 Spritz più 2 Negroni) e riparare al “Beer Yourself” dove al decimo timbro di presenza per il concerto del Primo Maggio si vince un telegramma di congratulazioni cantato in finto inglese da Alessandro Baricco e lì ordinare, pescando tristissime patatine cotte al vapore, una birra analcolica fissando una sagoma di cartone pressato (d’alberi suicidi) a grandezza naturale di Al Gore.

Berne tre con entusiasmo colluttorio quindi recarsi in bagno lucidi come la pelata di Telly Savalas e orinare per un intervallo di tempo lungo quanto un assolo di chitarra di Pat Metheny e, tornati al bancone felici come il cane d’un vegano, rifiutare una birra light a due gradi con una percentuale di luppolo e lieviti pari alla quota eterosessuale nel porporato pontificio.

Provando un’autentica nostalgia per le siffrediane e scorrettissime Amica Chips, ruminare anacardi dissalati accettando da una barista campionessa regionale di cameltoe  una birra “prevaporata” frutto della ricerca di chimici di Valladolid che hanno estratto gli aromi alcolici da una normale birra per trasferirli in una analcolica (tredici euro per 22 cl di “eau de birrà”).

Mentre la bar-girl, che ha imparato a cadere in piedi da uno stuntman del PD, giustifica l’esosità della bevanda rilanciando con una “Suntory” (birra 0 alcol giapponese) contenuta in una bottiglietta di plastica trasparente a prezzi ferragneschi, uscire dal Beer Yourself e orinare sul retro per un tempo bastevole a scuocere una porzione di riso Venere.

Guidare verso una multisala solo come Marco Masini negli anni Ottanta mentre i nostri (ex) amici ci perculano sul neo-fondato gruppo whatsapp “l’analcolico biondo” e bere in un bar intrecciato di vimini e caucciù (© San Patrignano) una plant water alla betulla e un matcha nipponico mentre il proprietario, che vedrà una vagina solo quando la X Box ne farà un mostro per passare di livello, ci enumera le qualità dell’alga spirulina perdendo bave come un carlino costipato.

Non c’è solitudine peggiore di quella d’un astemio per scelta (altrui) che odia gli astemi se non quella d’un astemio che entra in una multisala con una pepsi liofilizzata usufruendo della tessera Tre per due persone (da solo). Dopo aver orinato per un tempo bastevole ad ottenere il reddito di cittadinanza.

E proprio lì, quando si pensava di avercela fatta, di aver se non vinto quantomeno distratto la carogna del vizio, vederla sfilare nei venticinque minuti di marketing e trailer antecedenti il film, in una pubblicità concettuale, trafilata di luce e scintillante come un perizoma di diamanti, la nostra ex Absolutamente bellissima.

C’era una vodka l’amore ma ho dovuto ammazzarlo.

Perché in Italia, dopo tante stragi eccellenti, l’unico delitto collettivo rimasto è un monopolio di Stato e l’ebbrezza più che uccisa è accisa.

Germano Innocenti

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