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Al Direttore | 13 febbraio 2019, 19:09

Gli venne negato l'accompagnamento per tre volte: "La commissione è sicura di non aver valutato il caso troppo superficialmente?”

La lettera di una lettrice: "Spero che al presidente sia venuto qualche dubbio, soprattutto quando si è presentato a casa di mio padre per certificarne il decesso"

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Egregio direttore,

la ringrazio per lo spazio che mi vorrà concedere sul suo giornale.

Ora che si è concluso il lungo calvario di mio padre, vorrei sottoporre, alla sua attenzione e a quella dei lettori, alcuni interrogativi che intendo rivolgere al presidente della commissione medica per l’accertamento dell’invalidità e agli altri membri della stessa commissione, che opera al distretto di medicina legale di Saluzzo presso il complesso le Corti.

Quali sono i criteri clinici sui quali la commissione si basa per l’assegnazione dell’indennità di accompagnamento?

Tale contributo è legato “anche” al reddito dell’individuo, o “solo ed esclusivamente” alle sue condizioni di salute? Se l’indennità di accompagnamento dipende dalle condizioni cliniche del paziente, io chiedo: come mai la commissione non ha mai ritenuto mio padre idoneo all’assegnazione dello stesso?

Mio padre, il signor Lorenzo Barra, classe 1937, è deceduto il 3 febbraio 2019 a causa di un insieme di gravi patologie, tutte documentate da visite mediche specialistiche.

Egli era affetto da BPCO (bronco pneumopatia cronico ostruttiva) che lo costringeva a vivere legato ad una bombola di ossigeno 24 ore su 24 e che era la causa di frequenti ricoveri in ospedale per riacutizzazioni della patologia stessa.

Aveva uno scompenso cardiaco importante e una cardiopatia valvolare con grave stenosi della valvola aortica, non operabile a causa dell’insufficienza respiratoria.

Inoltre egli soffriva di diabete mellito di tipo 2, spesso scompensato a causa della continua assunzione di cortisone per la cura della malattia polmonare e che, forse, era stata anche la causa di un’ischemia all’occhio sinistro, dal quale egli non vedeva.

Anche a livello intestinale esisteva un problema non indifferente legato alla retto colite ulcerosa, ovvero morbo di Chron, che aveva sicuramente molto debilitato il sistema immunitario.

Soffriva inoltre di artrite reumatoide sieronegativa e di osteoporosi, che aveva determinato un cedimento delle vertebre in D8. Non ultima, durante uno dei ricoveri in ospedale a Saluzzo, gli era stata diagnosticata l’epatite di tipo C e aveva anche problemi di prostata.

Ho inoltrato ben tre volte la richiesta di indennità di accompagnamento alla commissione medica della medicina legale di Saluzzo.

La prima volta è stato convocato il 2 novembre 2016. A quel tempo le condizioni cliniche erano abbastanza discrete, perché deambulava ancora abbastanza bene, anche se era obbligato ad utilizzare il condensatore di ossigeno; in quel frangente quindi egli è stato dichiarato soltanto invalido al 100 per cento.

La seconda volta è stato convocato il 5 dicembre 2017. In quel momento le sue condizioni si erano già aggravate, tanto che avevo dovuto avvalermi di una carrozzina per accompagnarlo alla visita, in quanto era diventato impossibile per lui percorrere a piedi delle distanze, anche brevi, senza accusare mancanza di fiato.

Aveva bisogno di aiuto continuo per vestirsi, svestirsi lavarsi e svolgere qualunque altra attività; in quell’occasione era stata riconfermata l’invalidità al 100 per cento ed era stata riconosciuta a me la legge 104, di cui non ho mai usufruito, in quanto lavoratrice autonoma.

La terza volta è stato convocato il 7 novembre 2018 (3 mesi prima del decesso) e nonostante le certificazioni mediche e il foglio di dimissione dell’ospedale dimostrassero un notevole aggravamento delle sue condizioni di salute, per l’ennesima volta, mio padre non è stato riconosciuto idoneo all’assegnazione dell’idoneità di accompagnamento.

Ora io mi chiedo: quale altra patologia avrebbe dovuto avere quest’uomo per poter ricevere tale contributo?

Avrebbe, magari anche, dovuto essere affetto da demenza senile o da morbo di Altzheimer? D’altronde l’unica cosa che gli restava era un po’ di lucidità mentale, tanto orgoglio e caparbietà che facevano sì che egli cercasse di nascondere il più possibile le sue difficoltà e le sue sofferenze.

Infatti alle domande della commissione per accertare il suo deterioramento mentale, egli ha sempre risposto correttamente ed anche alla richiesta di alzarsi in piedi e fare qualche passo non si è mai opposto e ha dimostrato collaborazione, nonostante facesse grande fatica.

Mi rivolgo alla commissione e chiedo: siete sicuri di non aver valutato il caso in maniera troppo superficiale?

Spero che al presidente della commissione qualche dubbio sia venuto, soprattutto nel momento in cui si è presentato a casa di mio padre, in qualità di medico legale, per certificarne la morte.

Mi auguro che questo caso faccia riflettere chi di dovere affinché tali errori non si ripetano in futuro.

Nadia Barra

Al direttore

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