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Ad occhi aperti | 17 febbraio 2019, 19:49

Prassi e pregiudizi, illusioni fin troppo concrete - Green Book

Le prassi e i pregiudizi fondano la nostra vita quotidiana, che ci piaccia o meno: il festival della canzone italiana è sempre stato affiancato, per prassi, a personaggi d’origine italiana (almeno per la maggior parte del proprio profilo genetico)

Prassi e pregiudizi, illusioni fin troppo concrete - Green Book

“Green Book” è un film del 2018 di produzione americana scritto da Brian Hayes Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga a partire dalle memorie del padre di quest’ultimo, e diretto dallo stesso Farrelly.

Tony è un buttafuori italoamericano che si trova a dover sbarcare il lunario dopo la chiusura del locale per cui lavora. Obbligato dalle circostanze, quindi, si propone come autista/guardia del corpo per Don Shirley, geniale pianista afroamericano omosessuale, durante il suo tour negli stadi del Profondo Sud. Nonostante le differenze socioculturali e gli ostacoli che incontreranno lungo il cammino, tra i due nascerà un’importante amicizia.

 

Vorrei potermi esimere dall’unirmi - a una settimana di distanza dalla proclamazione del vincitore della 69^ edizione - al gran calderone di opinioni più o meno tecniche e sensate in merito alla vittoria di Mamhood al Festival di Sanremo: tra giurie e televoti e invocazioni a Satana, tutti hanno detto la loro... come sempre. 

Fermo restando che sono abbastanza convinto la polemica abbiamo molto meno a che fare con lo stretto aspetto qualitativo della canzone vincitrice (che dia ragione alla proclamazione o al contrario la delegittimi), la polemica stessa mi è arrivata addosso guarda caso qualche giorno dopo la visione di “Green Book”, film dell’anno scorso che ha per motivi distributivi da non molto raggiunto le sale italiane. E a ben guardare, le due cose sembrano più legate del previsto. 

Ho sentito alcuni (non molti) pareri discordanti su “Green Book”, che come tutti i film candidati al premio Oscar come miglior pellicola è senza dubbio tra i più “sotto l’occhio del ciclone”... e in tutta sincerità non capisco come mai. 

“Green Book” non è il solito film americano sul rapporto bianco-nero (anzi sul rapporto bianco-nero-etero-omo) perché decide di affrontare la tematica con uno sguardo prima di tutto più “da commedia” in senso stretto - si ride, e molto, nel film - ma anche e soprattutto ridicolizzando la tematica stessa in modo spietato; quello che ci viene detto grazie ad alcuni importanti frammenti di dialogo, la maggior parte dei quali avvengono nella macchina di Tony tra lui e Don, l’atteggiamento razzista non è figlio di una vera e propria malvagità intrinseca all’essere umano quanto piuttosto da una serie di “prassi” sociali. 

Insomma la razza, nel film, viene dipinta come una concezione incentrata unicamente sul “sentito dire”, su convenzioni. Qualcosa di privo di fondamenti concreti, ma che nella vita concreta ha più di una ripercussione (ovviamente). 

Le prassi e i pregiudizi fondano la nostra vita quotidiana, che ci piaccia o meno: il festival della canzone italiana è sempre stato affiancato, per prassi, a personaggi d’origine italiana (almeno per la maggior parte del proprio profilo genetico).

Ma “la canzone” non ha cittadinanza o colore della pelle, al massimo una lingua in cui viene espressa.

simone giraudi

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