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Ad occhi aperti | 09 marzo 2019, 19:03

Marzo, mese della donna: che cos'è il test di Bechdel?

Ci preoccupiamo di riservare specifiche 24 ore a grandi questioni che frantumano la nostra quotidianità così da avere, nel resto dei giorni, l'inconscia scusa per potercene dimenticare

Foto generica da pixabay

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Qualunque cosa significhi, marzo, lo sappiamo tutti, è il “mese della donna” e qui su “Ad occhi aperti” l'abbiamo già ricordato (con, per esempio, la presentazione di “Y – L'ultimo uomo sulla Terra”). Ma ci si può davvero esimere dal parlare della “questione femminile” in un paese – e sì, esageriamo, in un mondo – in cui esistono cose come il Decreto Pillon, la proposta di reddito di maternità e si fanno partorire bambine con età inferiore a quella in cui io ho imparato cosa significhi essere incinta?

No, non si può. Nessun film, questa settimana, però. Anche se sempre di cinema si parla, seppur in senso lato.

Alzi la mano chi di voi sa che cos'è il test di Bechdel.

No, non è roba psicologica di elevatissima complessità retorica e nemmeno una prova di resistenza fisica di qualche tipo: si tratta di un trittico di assunzioni “atto a determinare la rappresentazione di personaggi di sesso femminile in un racconto” (fonte Wikipedia, che è sempre particolarmente utile in questi casi).

Il test – il cui nome deriva da quello di una sceneggiatrice di fumetti, Alison Bechdel – presuppone che per non presentarsi come “formalmente” sessista nei confronti delle donne il dato racconto debba contenere almeno due donne con nomi propri e identificativi, che queste parlino almeno una volta tra di loro e che nell'occasione (o nelle occasioni) parlino di qualcosa che non sia un altro personaggio di sesso maschile. Non rispettare anche solo una delle tre eventualità porta al fallimento del test.

Ora, è chiaro che il test di Bechdel non prenda in alcun modo in considerazione il contenuto del racconto stesso e ciò significa che il testo – pur se formalmente lontano dal contenere e mostrare dinamiche sessiste – potrebbe comunque veicolare messaggi oppressivi.

Credo però che il vero e proprio problema del test sia la forma mentis da cui prende origine. E credo fermamente sia lo stesso tipo di problema, di palude, in cui la società si è impantanata ormai da molto tempo (e su un numero di questioni davvero molto alto): la cultura delle “quote”, o della “giornata nazionale”.

Sì, mi rendo conto non sia un pensiero particolarmente originale ma sono sicuro sia la verità dei fatti; ci preoccupiamo molto per riservare specifiche 24 ore - minimo – a grandi questioni che frantumano la nostra quotidianità e le nostre vite così da avere, nel resto dei giorni, l'inconscia scusa per potercene dimenticare. Per poterle non affrontare mai davvero, queste questioni.

Il test di Bechdel non ha alcuna valenza effettiva, così come non ce l'ha il riservare un mese o una data specifica alla celebrazione della donna. La donna – come qualunque altra cosa - non va celebrata, non è un'emanazione aliena o soprannaturale altra dal resto del mondo in cui viviamo, e il suo ruolo all'interno della società non una congiunzione astrale secolare ma una costellazione di minuscoli drammi quotidiani.

Basta test, basta porsi domande (e basta porle sempre alle stesse persone, mai i destinatari reali): bisogna cominciare a dare delle risposte.

simone giraudi

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