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Overcooking | 16 marzo 2019, 09:39

Bella e d’annata

Raggiungere Spoleto al tramonto innamorandosi della luce che matura sulla pietra dei palazzi e impressiona le foglie ovate degli alberi

Bella e d’annata

“La cocaina è un rimedio capace di guarire quasi tutto […] D’altra parte, un uso sconsiderato renderà l’uomo molto più brutale e incontrollabile di quanto non faccia qualsiasi tipo di alcol o morfina. In questo risiede un nuovo pericolo.”

(John Pemberton, “The Atlanta Constitution”, 17 giugno 1885)

 

Raggiungere Spoleto al tramonto innamorandosi della luce che matura sulla pietra dei palazzi e impressiona le foglie ovate degli alberi; passeggiare per le vie pigramente intasate dal popolo degli aperitivi fino a sfociare al Ponte delle Torri, vero e proprio monumento al suicidio, quindi attraversarlo aspettando il crepuscolo sicuri d’imbatterci in mobili roseti di lucciole.

Proprio lì, dove un grosso faro unidirezionale affetta l’ombra dei bastioni e la vertigine solletica gli organi interni come una muta voce di sirena, scorgere intermittenti vignette di luci simili a fuochi fatui e riflettere sulla natura del loro moto: le lucciole si muovono danzando sul posto e il loro ricamo unisce invisibili segni d’interpunzione come il montaggio accelerato d’immobili fotogrammi perché esse sono stelle cadute e le stelle dovrebbero essere ferme. Le stelle dovrebbero essere morte.

In piazza del mercato i nostri amici ci aspettano al ristorante del matto, presumibilmente già vulcanizzati dal prosecco, ma prima di inaugurare la serata osservare dall’alto la città dei due mondi simile al puzzle 3D d’una necropoli o a una festa a sorpresa in un cimitero etrusco.

Entrare nel locale gremito che sembra la scenografia d’un Rugantino con solo ingressi sul retro quindi battezzare il primo rosso al coccio mentre inizia la parata degli antipasti.

“Hai iniziato il romanzo?”

“Si.”

“Come procede?”

“Come la tua vita sessuale: grandi entusiasmi e precoci interruzioni.”

“Non lo finirai mai.”

“Me lo auguro. Altrimenti mi ritroverei a solleticare un grilletto con l’alluce come Hemingway.”

Mentre fagioli e cipolle, trapezi di frittata al tartufo e dadini di coratella d’agnello cercano d’arginare il prequel d’una sbronza osservare il divertente siparietto alle nostre spalle.

“Mio figlio vorrebbe una Coca Cola” sentir dire a un uomo che somiglia a David Cronenberg ma calvo come un parquet lucidato a vasellina.

Il sorriso del gestore mentre si avvicina alla cassa sembra quello dello squalo di Spielberg. Lo seguiamo far ritorno cogli occhi iniettati di sangue e una banconota da cinque euro in mano.

“Qui da me si beve vino. Se vuole quella porcheria può andare a comprarsela da solo al bar dietro l’angolo.”

Ammirare la superiorità del forestiero che dopo aver incassato la battuta tranquillizza il pargolo il veneto stretto e invece di andarsene bestemmiando (secondo gli stereotipi regionali) rimane in attesa degli antipasti ammiccando a sua moglie, biondamente fiera di averlo convolato.

“Lo scusi, non è cattivo. È solo un po’ oste(le).”

“Non si preoccupi. Non sorridevo per la burbera e in fondo simpatica scenetta ma per un altro motivo.”

“Anche lei ha notato la somiglianza fra il sorriso dell’oste e quello dello squalo di Spielberg?”

“Ah ah ah, no. Riguarda la Coca Cola ma se inizio potrei non fermarmi più e mia moglie batterebbe il record annuale di sbuffate.”

“È la sua fissazione?”

“Più una passione direi.”

“La avverto,” sentir pigolare all’usignolo biondo, “non lo stuzzichi o se ne pentirà.”

“Correrò questo rischio. La fissazione dei due cialtroni qui dietro si esaurisce in Pornhub”.

“Mamma, cos’è Pornhub?”

“Un videogioco per adulti,” la genitrice. Geniale.

“Uniamo i tavoli come a mensa?”

Mentre l’oste serve anche ai veneti gli antipasti, fissando con occhi nazisti il nostro badogliano ricollocamento, chiedere al pater familias (la cui pelata scintilla come una stoviglia impressionista): “Allora perché sorrideva prima?”

“Perché nella sua teatrale pochade …”

“Triviale semmai …”

“No, no, teatrale. L’oste ha reagito come i francesi all’iniziale tentativo di penetrazione, commerciale e culturale, della Coca Cola nel territorio del vino per antonomasia.”

“Pensare che a me è successo il contrario.”

“In che senso, se posso?”

“Quand’ero un adolescente bevevo quantitativi industriali di Coca Cola. Una mattina mi sono svegliato e avevo la lingua annerita dalla caffeina.”

“E poi?”

“E poi ha scoperto il Cuba Libre”, sentir sghignazzare alle nostre spalle.

“E poi mio nonno mi ha iniziato al vino bianco. Inizialmente il sapore mi nauseava poi lentamente l’alcol ha sostituito la bevanda più famosa al mondo. Col senno di poi non so se sia stato un bene.”

“La risposta ai prossimi esami del sangue,” di nuovo latrati da tergo.

“Non li badi. Sono il risultato di svariate generazioni di accoppiamenti endogamici.”

“Ah ah ah. Qual è la sua opinione sulla Coca Cola, come brand?”

“Mentalmente la associo alla Disney e ai McDonald’s. Un’esportazione di democrazia in anidride carbonica. Pura arroganza in vitro. E poi materialmente parlando le preferisco la Pepsi poiché l’unico gadget che io abbia mai vinto in una pubertà d’atleta smanioso di zuccheri me l’ha dato lei, nonostante il massiccio consumo di Coca in ogni formato: vetro, latta, plastica eccetera. Anche se la Cola mi ha regalato una cena una volta.”

“In che modo?”

“Ero a casa di amici e mi sono vantato di conoscerne a memoria gli ingredienti così uno di loro mi ha sfidato e mentre li enumeravo sulla punta delle dita (e i due loschi individui qui dietro dovrebbero smetterla di sghignazzare visto che loro hanno la stessa mnemonica nozione dell’avviso dell’FBI all’inizio dei dvd porno) lui mi ha contraddetto e penso che lei ne conosca la ragione, se le lamentele di sua moglie sono fondate.”

“Beh, ad occhio e croce lei dovrebbe avere più o meno quarant’anni quindi se il suo amore per la bibita di Atlanta s’interruppe prima dei venti lei aveva sicuramente memorizzato i vecchi ingredienti e cioè: “acqua, zucchero, anidride carbonica, colorante caramello, acidificante acido ortofosforico, acido citrico, aromi naturali, caffeina”, mentre presumibilmente l’amico che la contraddisse si riferiva ai nuovi, e attuali, ingredienti: “acqua, anidride carbonica, zucchero, colorante caramello (E 150 D), aromi naturali, caffeina e acido fosforico.”

“Esatto, La (disi)stima di sua moglie è ben riposta. Ma io, che ero certo delle mie informazioni come tutti i viziosi, chiamai in viva voce il numero verde e svelai l’arcano vincendo la cena. Chiedendomi tra l’altro cosa facessero tutto il giorno gli operatori di call center del gruppo Coca Cola, categoria professionale vitale quanto i raccoglitori  di foglie morte nei viali alberati di dovunque.”

“Contribuiscono a diffondere il verbo. La parola Coca Cola è la seconda più conosciuta al mondo dopo Ok. Lei sa della vera formula?”

“Ma non era segreta?”

“Un segreto di Pulcinella in realtà. Quand’era ancora in vita Fidel Castro la possedeva e si faceva ricreare la bibita dai propri chimici. Nel 1985 la cosiddetta “formula segreta” è stata diffusa dalla BBS”.

“E cosa conterrebbe?”

“Parafrasando “Il Grande Lebowski” lei sta per entrare in una valle di lacrime. È certo di volerlo fare?” Gli occhi cerulei della bionda consorte ci fissano, enormi e languidi, sotto la celata della frangetta color miele.

“L’alternativa è parlare di pornografia con questi brutti ceffi quindi direi che correrò questo rischio”.

“Acqua, caramello, caffeina, acido fosforico, zucchero, estratti di noce di Kola e foglie di cocaina decocainizzate, glicerina, estratto di vaniglia (proveniente dall’Africa, dal Madagascar o da Tahiti), succo di limone verde, cannella cinese (consigliata nella medicina tradizionale per i disturbi intestinali e forse è per questo che alcuni medici suggeriscono l’uso della Coca Cola per tale patologia), estratti di arancia e limone, noce moscata, olio di coriandolo e di Neroli (dalla Tunisia, California e Florida) e una minima quantità di estratto di essenza di lavanda (per la quale la Compagnia mantiene un privilegiato rapporto commerciale con alcuni artigiani di Grasse, sulle Alpi Marittime).”

“Li ha recitati quasi liturgicamente, come se si trattasse d’un coro angelico”.

“Mio padre era francese e ha lavorato per molti anni per la Coca Cola Company”.

“Quindi non è una semplice ossessione. C’è qualcosa di personale dietro.”

“Dietro ogni ossessione c’è sempre qualcosa di personale.”

“Touchè.”

“Secondo la mitopoiesi della Compagnia il segreto della formula sarebbe custodito in una cassaforte situata nei seminterrati della SunTrustBank, uno stabilimento finanziario di Atlanta, e solo due o tre impiegati inizialmente ne conoscevano le proporzioni tramandandole sul letto di morte ai novizi che come loro avrebbero religiosamente seguito il protocollo washingtoniano sui viaggi …”

“Ecco. Qui non la seguo. Cos’è il protocollo eccetera?”

“Il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti non prendono mai lo stesso aereo in modo da evitare, in caso d’incidente, una paresi istituzionale. Lo stesso vale per i quadri Coca Cola o per i custodi della formula.”

“Ma la formula non fu inventata da Pemberton?”

“Si ma la Compagnia ha sempre cercato di far passare John Pemberton non per quell’astuto e prolifico farmacista che era ma per un incrocio fra Panoramix il druido e Archimede pitagorico.”

“E perché mai? È stato il padre nobile della bevanda.”

“Perché la genesi della Coca Cola si fonda su un plagio.”

“Parole grosse gringo.”

“Scusate se interrompo l’idillio ma io avrei un vassoio di stringozzi alla spoletina qui,” sentir dire all’oste, inquisitorio e polemico come una donna ancora calda di parrucchiera che sfili inosservata fra colleghi e amici.

 

(Continua…)                         

Germano Innocenti

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