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Cronaca | 21 marzo 2019, 07:00

40 anni fa il “caso Dutto”: un enigma cuneese che s’innesta sui grandi misteri italiani

Il 21 marzo 1979, a Cuneo, in viale Angeli, pochi minuti prima delle 8, la Bmw del noto costruttore, uno degli artefici del boom edilizio in Costa Azzurra, saltava in aria. Un delitto in stile “libanese” che sconvolse la tranquillità di Cuneo. In quasi mezzo secolo nessuna risposta è arrivata dalla giustizia

40 anni fa il “caso Dutto”: un enigma cuneese che s’innesta sui grandi misteri italiani

Sono trascorsi 40 anni e nonostante la cronaca stia ormai diventando storia, mancano ancora tanti, troppi tasselli per poter interpretare quello che è stato uno dei delitti più inquietanti di Cuneo.

Il “caso Dutto” resta infatti uno dei grandi misteri della storia recente della nostra provincia.

Attilio Dutto, uomo d’affari e costruttore, sale sulla sua Bmw parcheggiata di fronte alla propria abitazione in viale Angeli, gira la chiave di accensione del motore e la vettura salta in aria.

Mancano pochi minuti alle 8: è il 21 marzo 1979.

Pochi istanti prima erano transitate frotte di studenti.

Poteva essere una strage, così come in quegli anni avveniva quotidianamente a Beirut.

Lo scoppio non gli lascia scampo: il suo corpo dilaniato e gravemente ustionato dall’autobomba non reagisce alle cure dei sanitari: morirà poco dopo all’ospedale Santa Croce.

È la prima – ed unica volta - di un attentato di stampo “libanese” in provincia di Cuneo.

La notorietà del personaggio e la sensazionalità dell’episodio fanno sì che per giorni le prime pagine dei quotidiani nazionali si occupino della vicenda.

Si adombrano le ipotesi più disparate.

Sono gli anni della “Notte della Repubblica”.

Gli agguati delle Brigate Rosse – come in un tragico bollettino di guerra - tengono quotidianamente l’Italia con il fiato sospeso, ferendo o assassinando magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici, sindacalisti, giornalisti.

I terroristi rossi, sotto le più svariate sigle, colpiscono all’impazzata insanguinando il Paese da nord a sud.

Tuttavia, la tecnica dell’autobomba non rientra nelle modalità usate normalmente dai terroristi per compiere le loro azioni dimostrative contro il “regime”.

E poi: che cosa aveva a che fare Attilio Dutto con la politica, per lo meno quella “ideologica”?

Forse che poteva essere imputata anche a lui l’accusa di essere “servo dei padroni”?

L’uomo è un costruttore che negli anni del boom edilizio concentra la sua attività sulla Costa Azzurra traendone cospicui profitti.

Poi si getta nel mondo della finanza, acquista la Paramatti Vernici, già di proprietà di Michele Sindona, anch’egli misteriosamente assassinato con un caffè avvelenato nella cella di un carcere.

Quando la sua potenza economica sta per compiere un ulteriore salto di qualità, a “saltare” però è lui.

“Tragico finale libanese per un piccolo uomo d’affari cuneese”, ha scritto di lui il giornalista Gianni Barbacetto.

Le indagini, condotte dal procuratore capo della Repubblica di Cuneo Sebastiano Campisi non approdano a concreti risultati.

Si sussurra che Dutto abbia pestato i piedi a qualcuno di importante.

C’è chi azzarda che fosse depositario di segreti pericolosi.

Si persegue anche la pista del cosiddetto “Clan dei Marsigliesi”, ipotizzando che i suoi interessi edili sulla Costa Azzurra fossero entrati in rotta di collisione con il mondo della malavita d’Oltralpe.

Tutte supposizioni rispetto alle quali nessun riscontro oggettivo è mai stato trovato.

Scaduti i termini, il fascicolo del “caso Dutto” è finito in archivio e lì è rimasto: sorte comune a tanti altri misteri italiani.

Una vicenda – quella di Dutto – alla quale giornalisti come Gianni Barbacetto e Marco Travaglio hanno collegato l’ascesa di un altro personaggio cuneese, arcinoto fino a qualche tempo fa alle cronache sportive ma ancor più a quelle mondane, Flavio Briatore, in quegli anni braccio destro e factotum di Attilio Dutto.

“Dopo quel 21 marzo ’79 – osservano i due giornalisti in alcuni loro articoli comparsi prima sul web e poi sul quotidiano “Il Fatto Quotidiano” – il “Tribula” (questo il nomignolo che a Cuneo era stato affibbiato a Briatore) sparisce dalla circolazione. Cambia aria. Rispunterà poco dopo a Milano, casa in piazza Tricolore, occupandosi di Borsa….”.

Ma questa è un’ altra storia, una liaison ipotizzata da inchieste giornalistiche rispetto alla quale nessun inquirente, in quasi mezzo secolo, è mai riuscito ad acquisire prove concrete.

Giampaolo Testa

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