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Ad occhi aperti | 13 aprile 2019, 15:31

Il nostro posto nell'Universo, tra buchi neri e paesaggi sottomarini - "Alien: Covenant"

La vastità di ciò che ci circonda è sempre lì, in attesa, bauli colmi di tesori nascosti sotto al sabbia, bottini inestimabili al termine di terrorizzanti avventura

Il nostro posto nell'Universo, tra buchi neri e paesaggi sottomarini - "Alien: Covenant"

“Alien: Covenant” è un film di produzione angloamericana del 2017, scritto da Jack Paglen, Michael Green, John Logan e Dante Harper, e diretto da Ridley Scott.

Seguito di “Prometheus”, e quindi secondo prequel della saga fantascientifica di “Alien”, la pellicola segue l'avventura di un gruppo di coloni terrestri in cerca di un pianeta vivibile da abitare; attirati da una richiesta d'aiuto proveniente da un altro pianeta, però, vi sbarcheranno... e inconsapevolmente contribuiranno alla creazione di una delle creature più pericolose (e iconiche) dell'universo filmico orrorifico.

Settimana veramente pazzesca quella che si sta concludendo in queste ore, per gli appassionati di (fanta)scienza come il sottoscritto, non credete? Voglio dire, a distanza di pochi giorni è stato possibile – per tutti – guardare alcune fotografie molto interessanti: quella di un buco nero (ovviamente, traguardo storico impossibile da trascurare) e quelle del paesaggio sottomarino che si estende direttamente sotto il bacino di Guaymas, depressione nel fondale del Golfo della California.

Un sacco di altre cose sono successe in questa settimana, me ne rendo conto, e vi sento urlarle da attraverso lo schermo. Ma penso che parlare di questi due importanti traguardi scientifici – uno una vera e propria scoperta in senso oggettivo, l'altro la prima sottoscrizione di un'ipotesi vecchia di diversi decenni – possa esserci più utile di molto altro, possa conferirci un po' di sana speranza.

Anche parlare di speranza consigliandovi un film horror può sembrare assurdo, ma ora ci arriviamo.

Sì, in “Alien: Covenant” la speranza non è tematica da sottovalutare. Un po' perché è un mezzo capolavoro di regia, fotografia ed effetti visivi, un po' perché è tra i migliori horror degli ultimi assieme al predecessore “Prometheus” e un po' perché ci permette di ricordare quale sia davvero il nostro posto nell'universo. “Nostro” di noi esseri umani, intendo, una pratica che a volte sarebbe utile esercitare con più frequenza.

Protagonista vero e proprio del film è l'androide David, creato in laboratorio da mani e menti umane per essere “l'essere perfetto” ma ribellatosi ai propri progenitori e intenzionato a dare a sua volta vita all'organismo definitivo (che, secondo la sua distorta e distaccata concezione, è proprio lo xenomorfo, l'alieno protagonista della saga di “Alien”).

Ma al centro concettuale di tutta la pellicola ci sono invece le nevrosi e le idiosincrasie che l'essere umano porta con sé sin dall'alba dei tempi, le domande che riguardano l'identità del nostro creatore, il funzionamento dell'universo e lo scopo della nostra esistenza: le stesse che si trovano al centro della ricerca scientifica.

Scomponiamo quotidianamente queste grandi domande e la nostra realtà per poterci vivere all'interno senza il rischio di perderne il contatto. Eppure la vastità di ciò che ci circonda è sempre lì, in attesa, bauli colmi di tesori nascosti sotto al sabbia, bottini inestimabili al termine di terrorizzanti avventura. Noi e i nostri problemi – piccoli o grandi che siano – sono soltanto parte di questa gigantesca e incommensurabile vastità che, forse, da qualche parte nasconde anche le loro soluzioni.

Insomma, buon “pazzesco” a tutti quanti.  

simone giraudi

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